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Unione europea al bivio: federazione o dissoluzione

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04.02.2026

Il Forum economico mondiale di Davos del gennaio 2026 ha offerto un palcoscenico rivelatore per osservare le dinamiche globali, e in particolare il ruolo dell’Unione europea in un contesto di crescente instabilità. Essa appare frammentata e incerta, con leader nazionali spesso indecisi sulle questioni importanti. Gli eventi recenti, come le minacce tariffarie statunitensi legate alla questione della Groenlandia, che sembrano superate (anche se con l’attuale amministrazione americana dubbi ne restano), hanno amplificato la percezione di una sua debolezza di fondo. Tanto che un esempio paradigmatico della sua condizione, e dell’incapacità di perseguire accordi ambiziosi, è stato il blocco dell’accordo di libero scambio tra Ue e Mercosur, firmato il 17 gennaio 2026 ma immediatamente sospeso dal Parlamento europeo il 21 gennaio, che ha rinviato il testo alla Corte di Giustizia per un parere sulla compatibilità con i Trattati, con stime di ritardo tra i 18 e 24 mesi. Una vera e propria decisione autolesionista, voluta principalmente dalla Francia di Emmanuel Macron per il timore di avere in casa ulteriori contestazioni oltre a quelle che deve quotidianamente affrontare. Questo stallo manifesta apertamente la difficoltà del Vecchio continente a competere globalmente, incapace di bilanciare interessi nazionali e obiettivi comunitari.

Sul fronte ucraino però l’Ue ha dimostrato impegno con un pacchetto di 90 miliardi di euro per il 2026-2027, anche se alcune voci dissonanti indicano una posizione che potrebbe vacillare perché influenzata da spinte esterne e interne ai singoli Stati. Questo panorama, non certo esaltante, ci invita a una riflessione: l’Ue può mantenere coerenza senza un quadro unitario robusto o si frantumerà vista l’incertezza politica ed economica che la caratterizza? Per esempio, Giorgia Meloni ha consolidato la stabilità del suo Governo e non ha sfasciato i conti pubblici come tanti commentatori della domenica pensavano, nonostante ciò il ruolo dell’Italia rimane marginale in ambito globale (del resto è naturale che sia così viste le dimensioni italiane rispetto ai grandi attori geopolitici come Usa, Russia e Cina) e ambiguo in quello europeo in quanto la sua posizione è contraria a eliminare il voto all’unanimità nelle decisioni che comportano un impegno più largo dell’Unione europea.

D’altronde la cultura politica da cui il presidente del Consiglio proviene non ha mai avuto molto a che fare, se non per poche eccezioni, con il federalismo, in particolare con quello statunitense che si espresse nei Federalist Papers di Alexander Hamilton, il quale considerava una necessità avere un potere centrale forte ed autorevole. Nei Federalist, Alexander Hamilton e James Madison sottolineano ripetutamente come il potere federale debba essere circoscritto a difesa comune, regolazione del commercio estero e tra Stati, negoziazione internazionale, proprio per preservare le libertà individuali e la pluralità delle scelte locali. In questa prospettiva, l’assetto federale non apparì come minaccia alla libertà, ma come strumento per rimuovere ostacoli ad esempio al libero scambio interno e alla competizione tra ordinamenti, evitando così che le 13 ex-colonie isolate ricadessero in protezionismi o interventi........

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