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Figure fuori norma contro le distopie del nostro tempo

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monday

A volte la resistenza passa anche da gesti insensati. Perché l’imprevedibile fa saltare il banco

Se si avesse più confidenza con certa letteratura del secolo scorso avremmo più dimestichezza anche con il mondo presente. Scomodiamo, per cominciare, il romanzo “Noi” di Evgenij Ivanovič Zamjatin, scritto centodue anni fa e squisitamente dedicato al tema della sicurezza: per rassicurare i cittadini, li si obbliga a vivere in appartamenti di vetro che garantiscono il controllo continuo, e li si convince ad adeguarsi alla Logica, perché quello che è imprevedibile o anomalo non è permesso.

Però, in ogni distopia c’è sempre un personaggio fuori norma, e c’è un’azione magari insensata che fa saltare il banco e anche quei governi immaginari (e a volte reali) che non vedono di buon occhio chi immagina una resistenza. 

Come si resiste, dunque, al decreto sicurezza (che, al momento in cui scrivo, dovrebbe essere stato approvato da poche ore, a meno che l’azione imprevedibile di cui si parlava non si sia davvero verificata)? Dentro il decreto ci sono le belle cose che sappiamo, ovvero il fermo preventivo prima dei cortei di piazza, lo scudo legale alle forze dell'ordine, gli inasprimenti delle pene anche per detenzione di stupefacenti, la denuncia (è già avvenuto) per chi organizza un picchetto senza preavviso, e la stretta su tutto, dai rave ai parcheggiatori abusivi, che sono certamente la prima preoccupazione comune mentre a pochi passi da noi altri incrociano le lame e le testate nucleari. In più, c’è (c’era, ma già averlo presentato fa rizzare i capelli) l’articolo 30 bis che sembra davvero uscito dalla tastiera di un Zamjatin, di un Orwell, di una Atwood: detto in parole poverissime, se una persona migrante accetta il rimpatrio, l’avvocato che l’assiste riceve una specie di premio in denaro di 600 euro e rotti, con buona pace della deontologia, secondo la quale l’avvocato non può essere pagato per ottenere l’esito voluto dallo Stato, ma deve fare il bene del proprio cliente (lo dice la Giunta dell’Unione delle Camere penali, oltre che il buon senso).

Magari, anche se sembra poco, ci vorrebbe un romanzo che raccontasse questo tempo, o che si opponesse al medesimo come può: il gesto anomalo, per esempio, è quello dei cento scrittori francesi che hanno lasciato la casa editrice Grasset  in segno di protesta contro il proprietario Vincent Bolloré, accusato di orientare il gruppo verso posizioni reazionarie dopo il licenziamento dello storico editore Oliver Nora. Però in Italia si preferisce brontolare per i libri propri e saltellare di presentazione in presentazione salvo poi lamentarsi che le copie vendute sono poche. E c’è voluto un servizio di “Report” per tirar fuori le oscurità di uno dei festival più sfarzosi d’Italia, Taobuk, che riceve, a quanto pare, oltre 900.000 euro di fondi pubblici attraverso assegnazioni dirette: festival assai partecipato, come partecipato quanto silente era lo stupore per una disponibilità economica così ampia da poter invitare autori e autrici di fama internazionale ospitandoli in hotel più stellati della costellazione Orione.

Per questo, la cosa preziosa di oggi è un libro che ci ricorda che esistono le azioni apparentemente insensate, e che ci ricorda anche che domani è il 25 aprile e che bisognerebbe provare a tenere a mente cosa significa. È “L’Agnese va a morire” di Renata Viganò, ripubblicato da Einaudi con l’introduzione di Daniela Brogi e la postfazione di Sebastiano Vassalli: qui la figura fuori norma è una donna vecchia, come si definisce lei stessa, ma quella donna la differenza l’ha fatta, anche pagandola molto cara. 


© L'Espresso