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Se siamo complici oppure vaccinati a decidere è il voto

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10.04.2026

Il “nuovo” scelto dal popolo è in pieno disfacimento. E un repulisti non basta a rigenerare il sistema

Sull’uscio delle camere da letto, nelle anticamere dei Palazzi, nel chiuso degli uffici, nelle case, ai tavoli di una bisteccheria, nelle conventicole di seconde e terze file regionali. Ai tg della sera. E perfino sul campo di calcio. Si consuma lento il disfacimento del “nuovo” scelto dal popolo. Non avanza e non arretra. Come una legione sbandata di un esercito in rotta, si tormenta, si accapiglia. E nella furia di uno scontro di sopravvivenza tutto interno, si lacera. Le falangi baldanzose agli ordini di una condottiera che prometteva rigore, sono diventate macchiette. Manipoli caricaturali con i tratti di un’Italia sempre uguale a se stessa. Incline al pecoreccio, alla scorciatoia, alla via breve per il successo. E al colpo basso. Fedele a quel vago senso di incapacità che trasforma dei guitti in dritti con la matita dell’astuzia.

Di fronte a femmes più furbe che fatales, giganteggia la pochezza di chi per vanità, o ardore senescente, precipita dal rango al fango. Mazzate e sospetti di tranelli. Mai un’autocritica. Ieri Gennaro Sangiuliano, oggi Matteo Piantedosi. In mezzo, veleni, complotti veri o immaginari. Sussurri e spifferi che danno vento a scandali di corte e di lenzuola. Piccoli favori, incarichi da melliflua prebenda, indecenti docenze. Che si prestano ai mezzucci da salsamenteria, alla trattativa del banco: mezzo schizzo, lascio?

Sgranando i gradi di separazione, si va in cima fino alle ruberie, alle malversazioni, al denaro sporco. Con il petto esposto alle frecce del ricatto. In attesa di un rimpasto che completi il repulisti, l’incosciente Delmastro, l’intrepida Santanché, l’obliqua Bartolozzi sono finora gli unici bersagli centrati dalla furiosa reazione di Sorella Giorgia. La piazza pulita, ad oggi poco meno che un’aiuola, dice nulla sulla possibilità di una rigenerazione tanto impossibile quanto tardiva. Contagiati dal male eterno del potere, compromessi dal vizio d’origine dell’amichettismo da cui si credevano immuni, i Fratelli soccombono all’evidenza di una classe dirigente raccogliticcia, spericolata. E per nulla integra. Al pari di una Lega in decomposizione. E di una Forza Italia con un’azionista di maggioranza, Marina Berlusconi. Che scuce e dice. Anzi, dà ordini. Ovunque ci si giri, affari pubblici e interessi privati, cooptazioni e mancette. Fedeltà alla linea retribuita con la moneta dello scambio.

Non bastasse, c’è anche la disfatta mondiale, metafora perfetta di un’inadeguatezza che brilla nel recinto di un rettangolo di gioco. In cui si proietta l’insipienza di una dirigenza, Gabriele Gravina, indifferente al proprio insuccesso. Anzi, capace solo di sputare al cielo, ignorando le leggi della gravità. Fino a scuotersi nel sussulto di dignità richiestogli a gran voce.

C’è già molto, incassato l’avviso di sfratto per via referendaria, per risolversi a traslocare in un altrove lontano da Chigi. E provare a salvare almeno la faccia. In tanto sfacelo, la sola mano tesa è quella degli odiati nemici. Converrebbe afferrarla prima che sia tardi. Presi come sono, nel campo largo degli ambiziosi dissidi, a promettersi guerra, anziché capitalizzare l’occasione, rischiano di essere gli unici a offrire un appiglio. Non ancora macchiette, ma pronti a diventarle nella campagna elettorale già partita.

Con due eserciti di Franceschiello così, meglio firmare la resa. Repentina e incondizionata. Per il “nuovo” ripassiamo domani. Dopo una dose di richiamo alle urne. Sperando di uscirne finalmente vaccinati. E non, ancora una volta, complici.


© L'Espresso