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Ritiro sociale e paura di crescere: quando i giovani decidono di "scomparire"

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11.03.2026

C'è una parola giapponese «Hikikomori» che usiamo da tempo in italiano per raccontare la fuga dal mondo durante la crescita. È corpo fisico che scompare, distanza dagli altri o totale assenza. Noi lo abbiamo chiamato ritiro sociale. Cioè eclissi totale dalla comunità dei pari, allontanamento rassicurante richiesto dall'angoscia anche se produce isolamento e solitudine. Spesso è un allungamento dei tempi di percorrenza del viaggio per diventare uomini o donne, capaci di affrontare le complessità relazionali, la vita o il futuro sempre più oscuro e nebuloso. È il rischio maggiore dei nuovi giovani che a volte finiscono per restar fermi anni nel laboratorio domestico, dove si sperimentano poco le salite e le discese, l'ebrezza del volo e delle trasgressioni o delle inimmaginabili regressioni. Il pericolo di restare ai blocchi di partenza come eterni adolescenti è concreto e diffuso. Lo esprime con maestria la scrittrice statunitense Judith Viorst quando diceva che «un adolescente normale non è un adolescente normale se si comporta in modo normale». (Distacchi, Sperling & Kupfer). Così il rischio più alto che si corre adesso in adolescenza è di camminare in bilico sul vuoto rischiando, in ogni istante, di scivolare. Meglio ritirarsi, scomparire e non esserci per nessuno. Ma non è un comportamento patologico anche se sconvolge sempre «sapere» di un giovane chiuso in una stanza per anni, che non vuole mostrarsi alla luce, ma che non è depresso o mentalmente disturbato. È un ragazzo in fuga che tenta di riempire il vuoto incombente del tempo futuro, sconosciuto e angosciante, bensì consapevole della sua carenza di strumenti e di una gran parte di accompagnatori. Per salire in montagna servono scarpe adatte, capaci di garantire aderenza al terreno, ma anche una buona guida, capace di indicare il percorso e sostenere nei passaggi più esposti. La crescita, che è sempre stata un atto aggressivo, ha scatenato aggressività e conflitti alimentando il classico scontro generazionale, la sfiducia e la rivalità tra nuove e vecchie generazioni. «La gioventù di oggi è corrotta nell'anima, malvagia e infingarda, e non potrà mai essere la gioventù di una volta né conservare la nostra cultura» recitava l'iscrizione di una tavoletta Assiro-babilonese 1000 anni avanti Cristo. Il tono è uguale ad oggi, anche se ora c'è dell'altro. Un mio giovane paziente di diciassettenne un giorno mi disse: «Io questi giovani non li capisco più» e parlava di suo fratello che ne aveva 14! Sta a dire che le generazioni del nostro tempo superveloce corrono a fianco ma faticano enormemente a capirsi. Allora domandiamoci: Come facciamo a comprenderli noi? E sappiamo quanto è diventato difficile attraversare un'epoca di continue e veloci mutazioni? Interrogativi aperti ma che ci dicono come mai sembra più facile fermarsi o rimanere in disparte per paura di crescere. Gli orrori pare si fermino se li lascio fuori dalla mia stanza e davanti al mio PC ci sono solo io a decidere cosa vedere o meno della realtà che mi circonda.Se poi non ho più sogni da fare e nemmeno speranze da coltivare, mi ritrovo senza desideri e si è impoverita la spinta a oltrepassare il confine che nessuno, peraltro, mi indica più come limite. Giuseppe Maiolo – Psicoanalista Università di Trento -


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