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Da Phuket a Bangkok in bicicletta: tra spiagge da sogno e un traffico indiavolato - Foto

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17.04.2026

La ripresa del viaggio, dopo l’esperienza del Vietnam, è stata molto agognata.

Guai fisici e altre incombenze ci hanno fatto desistere dal nostro proposito neozelandese e hanno accumulato polvere sulle nostre bici e sulle nostre anime di Bikepacker. Ma finalmente uno spiraglio prima che la stagione delle piogge ci sorprenda….una snap decision, come direbbero gli inglesi.

E siamo di nuovo in sella attraverso la Thailandia, sulla rotta che da Phuket porta a Bhankok. 48 ore per decidere; la finestra è piccola: dal 6 aprile alla prima settimana di maggio perché poi arriva la stagione delle piogge. Saremo io e Stefano Andreolli i primi a partire; Lionello ci raggiungerà sull’isola di Phuket il 14 aprile.

Lunedì 6 e martedì 7 aprile

Partiamo il lunedì di Pasqua e il giorno successivo ci sentiamo quasi teletrasportati in Indocina…è un attimo. Il sevizio della principale reale compagnia aerea thailandese preannuncia, con la sua gentilezza, i sorrisi che riceveremo. Nord di Phuket. Notiamo subito quanto il carattere delle persone sia mite e cordiale. Lo scopriamo quando io, la prima sera, tento erroneamente di pagare la stanza dove siamo alloggiati con 5 biglietti da 1000 bath invece che da 100 (costo dell’hotel 14 euro in due, compresi i sorrisi).

Vengo letteralmente “assalito” dal proprietario della struttura (che mi chiama papà) e da un avventore, con migliaia di premure e raccomandazioni. Dice che dobbiamo stare attenti e che qualcuno potrebbe approfittarsi della nostra disattenzione e ci segue per una buona ventina di minuti come un angelo custode, regalandoci gentili consigli tradotti in italiano con Google. Siamo vicini all’aeroporto e sistemati in un hotel a conduzione familiare a nord dell’isola.

È quasi mezzogiorno che partiamo per una prima perlustrazione e la temperatura è sui 37. Umidità da non citare, ma questo lo sapevamo e il caldo ci piace, specialmente dopo la fredda primavera che abbiamo lasciato. Dopo 20 minuti siamo già in acqua sulla prima spiaggia che troviamo sulla destra. Un vero ristoro, acqua con temperatura da spa e sabbia finissima. Qui siamo ancora in alta stagione, ma in questo periodo dell’anno non c’è ressa anche perché il distretto del nord di Phuket non è luogo prettamente turistico e, spiagge a parte, il luogo non è molto curato e i marciapiedi sono da 110 ostacoli. Si nota l’operosità dei Thailandesi ma anche quanto il turismo di massa abbia impattato contro le tradizioni locali, nonostante la giungla sia ancora qui a due passi.

Thailandia, lungo la terra dei sorrisi - Gallery 1

Molte motociclette “sparate” e auto in giro. Specialmente la sera gente incollata allo smartphone; un peccato anche se è improprio formulare qualsiasi giudizio: in primus vivere…e cerchiamo di vedere il bello che c’è…aspettando Lionello. E qualcosa di bello accade la sera quando usciamo per cena e ci dirigiamo verso un ristorante familiare che avevamo notato al rientro pomeridiano dalla spiaggia di “Banana Beach”. Un profumo irresistibile di qualcosa di buono anche se non precisamente identificabile.

Ci torniamo per la prima cena thailandese. Il ristorante è su una strada trafficatissima e ci accomodiamo su una tavolata condivisa. Il locale, che non è comparabile con gli standard occidentali, è pieno zeppo di avventori che mangiano in religioso silenzio. Una intera, (crediamo), famiglia ai fornelli che sembra la fucina di un fabbro. Poche parole e ci viene servita una zuppa “da favola”. Mangiamo, beviamo, paghiamo: 3 euro in due. Dormiamo.

Sono le 6:30 di mattina, quando lasciamo il nostro hotel in direzione Di Phuket city, il distretto più tradizionale del capoluogo dell’isola. La nostra intenzione è di arrivare fino in centro per visitare il mercato di Thalang. Impostiamo un itinerario fuori dalle arterie principali e subito ci troviamo a passare attraverso zone rurali che costeggiano una giungla lussureggiante e piantagioni di piante da lattice. Lungo la strada, nonostante qui tutti siano abituati al turismo di massa, ci salutano affettuosamente come se ci riconoscessero.

Sulla strada numerosi pick-up con i cassoni carichi di operai sistemati alla meno peggio (non scherzo), attirano la nostra attenzione e noi attiriamo la loro. Una nota curiosa: da queste parti operai e contadini al mattino si cospargono il viso con una pasta bianca, giallastra o rosata, come indiani sul piede di guerra; non si tratta di un trucco estetico o rituale, ma di una soluzione estremamente pratica. Ecco i motivi principali per cui lo fanno: si tratta della "Protezione Solare" chiamata Thanaka. Si ottiene grattugiando la corteccia dell'albero di Hesperethusa crenulata su una pietra piatta con un po' d'acqua. Abbiamo trovato queste informazioni in rete, altrimenti il fenomeno sarebbe stato di difficile interpretazione.

Fa caldo, ma fortunatamente il cielo è leggermente coperto e la bici scivola via che è un piacere. Poi uno scroscio tropicale con gocce grosse come ciliegie (piacevole sensazione), tiepide ma che ci costringono comunque ad una sosta per cercare un riparo. Un noleggiatore di scooter ci ospita sotto la sua tettoia e ci fa spazio spostando i ciclomotori parcheggiati; vuole fornirci di borse di nylon per coprire i nostri bagagli; anche lui premuroso come il proprietario del nostro hotel ieri sera. Phuket city: che delusione!

A parte alcune costruzioni di stile portoghese, peraltro magnificamente curate, il resto evidenza la solita dimensione di città dedita al turismo industriale. Tuttavia è una città in un territorio che nella storia recente ha pagato un caro prezzo. Ci ricordiamo, infatti, che il 26 dicembre 2004 uno dei peggiori eventi naturali della storia moderna colpì pesantemente questi lidi. Con un'energia terrificante. Il terremoto che causò l'onda ebbe una magnitudo di 9.1, liberando un'energia pari a circa 23.000 bombe atomiche di Hiroshima. Phuket, infatti, è spesso associata a questo evento per via della sua popolarità turistica e dei video amatoriali girati sulle sue spiagge; onde di 20 metri a sulle spiagge a metà mattina. Phuket contò 259 morti confermati e circa 700 feriti.

Molte delle vittime erano turisti stranieri che affollavano le spiagge di Patong, Kamala e Karon. Ma la zona più colpita del paese fu la Provincia di Phang Nga: con oltre 4.200 vittime. In totale, in Thailandia, si contarono circa 5.400 morti confermati (di cui quasi la metà stranieri di 37 nazionalità diverse) e oltre 2.800 dispersi. Oggi le spiagge sono protette da modernissimi sistemi di allerta. Pace.

Ma torniamo ad oggi. Mangiamo in un ristorante che, individuiamo, è pieno di gente…e dove c’è tanta gente e si sente un buon profumo di buono, quello è il posto giusto.

Mangiamo bene con pochi euro. Una nota sui ristoranti popolari: sono affollati per la quasi totalità dalla gente locale (non come quelli occidentali, pieni di turisti). Si mangia “da Dio” e con pochi euro, ma occorre adattarsi agli standard locali, inimmaginabili da noi per un locale da ristorazione. Il servizio è minimale. A volte ci si accomoda su sgabelli malconci e non ti devi curare se vicino a te ci sono matasse di fili elettrici o se per caso ti passa qualche curiosa forma di vita sotto il tavolo mentre ti gusti un Pad Thai: tagliatelle di riso saltate in padella con uova, tofu, polpa di tamarindo, salsa di pesce, gamberetti (o pollo), guarnite con noccioline tritate, germogli di soia e lime. È il "comfort food" per eccellenza.

Decidiamo quindi, visto che siamo qui, di rientrare passando dal distretto di Patong. Spiagge molto belle, il resto da dimenticare. Intanto viene il tramonto. Ci attendono ancora 35 km di pura fatica con una temperatura prossima ai 40° ed un’umidità prossima al 90%. Arriviamo che è notte. Prepariamo i bagagli per domani. Si dorme.

Oggi una giornata interlocutoria. Torniamo a Phuket Town perché domani prenderemo il Ferry Boat per l’isola di Koh Lanta.

Le bici e noi prendiamo il largo di un Ferry boat alle 8.30 del mattino verso l’isola di Koh Lanta che fa parte della provincia di Krabi, a 70 km a sud est di Phuket. In mare, qua e là, si stagliano conformazioni calcaree verticali; il vastissimo orizzonte, la calma piatta e la foschia del mattino invitano alla meditazione. Si naviga su un mare che è una tavola mossa soltanto dalle scie delle imbarcazioni. C’è tutto il tempo per riposare. Due ore dopo Il Ferry rallenta: stiamo costeggiando le isole Phi Phi.

Impossibile chiudere gli occhi nonostante il sole accecante: bisogna guardare. Una meraviglia di rocce altissime e scogli coperti di fitta vegetazione si ergono a picco sul mare con baie e spiagge veramente…veramente bianche. Questi, per gli amanti del cinema hollywoodiano, sono dei veri e propri hotspot. Qui, ad esempio, è stato girato il famoso film “The Beach”, sulla leggendaria spiaggia di Maya Bay, rimasta nelle fantasie collettive di molti della mia generazione come la spiaggia dei sogni.

Si cambia Ferry e si riparte verso Koh Lanta, mezzogiorno in un mare che definirei onirico. Sole sferzante e paesaggi che alternano il senso del tempo. Koh Lanta. Fa parte delle due Lanta Islands. Isola di 25 km. Spiagge lunghissime. Sul molo di Saladan, all’arrivo, ci chiedono di versare una tassa di 10 bath per lo smaltimento rifiuti. Buon indicatore. Il tempo di sistemarci e poi, a soli due minuti, la spiaggia di Klong Dao Beach, dove ci permettiamo il primo pomeriggio di autentico mare con acqua calda. Paradosso: ogni tanto dobbiamo uscire per rinfrescarci con la brezza.

Più tardi, un acquazzone improvviso che in pochi minuti allaga tutto. Il mercato serale chiude; tutti a nanna. Siamo qui da appena quattro giorni ma percepiti come molti di più.

È come se il tempo si fosse dilatato. È quello che cercavamo. Nota: qui è pieno di Tuk Tuk: sono diversi dai classici modelli a tre ruote che si vedono a Phuket e a Bangkok e hanno uno stile molto particolare. Sono l’alternativa al taxi e difatti svolgono un servizio pubblico, non essendoci sull’isola un vero e proprio sistema di trasporto pubblico. Sono fatti a modello "Sidecar"; una motocicletta con un sidecar coperto attaccato lateralmente. Sicurezza da brivido. Sono dappertutto, si radunano in gruppi numerosi presso il molo; sono tutti diversi e spesso guidati da giovani e giovinette coperte con il velo. Già, a differenza di molte altre zone della Thailandia, dove il buddismo è predominante, l'isola di Koh Lanta ha una popolazione a maggioranza musulmana.

Ci concediamo il lusso di dormire fino a tardi. Stamattina la sveglia suona alle 7. Bella dormita. Lasciamo la nostra Guesthouse; negli zaini un cospicuo approvvigionamento idrico. Ci sentiamo leggeri e freschi anche se oggi la temperatura sarà di 40 gradi e umidità quasi al 90%. Cielo terso. Oggi si esplora l’isola che è una striscia di terra di 25 km; all’interno giungla rigogliosa come te la immagini, dalle coste sabbiose e dai fondali digradanti. Spiagge semi deserte. Lungo la strada si affacciano curiosi gruppi di Macachi (Macaque fascicularis).

Sono molto intelligenti ma possono essere aggressivi se vedono cibo o borse di plastica. Tra primati ci si intende e la curiosità è reciproca. Gli adulti, tranquilli, non mostrano paura ma ci sorvegliano attenti pur mostrando una certa indifferenza. Più lontano sugli alberi alcuni adolescenti si fanno notare. Mi avvicino troppo velocemente in bici ad un branco sul bordo della strada. Un macaco adulto, con dentatura felina, all’improvviso scatta minacciosamente verso di me… vicinissimo…ma poi si arresta e fa dietro front. Fortunatamente solo un avvertimento. Sera. Bucato e poi si preparano i bagagli per la partenza del mattino. Bici affardellate. Procederemo in direzione nord, lasciando l’isola che è collegata al continente da un lungo ponte, verso Krabi, capoluogo del distretto a circa 60 km (km che che in bici diventeranno circa 80) dove contiamo di arrivarci per la sera. Poi, il giorno successivo, di nuovo in Ferry Boat verso Phuket per il randez vous con Lionello.

Lasciamo Koh Lanta che il sole già scotta. Oggi sarà dura: 90 km sotto il sole thailandese (oggi 40°) che somiglia a quello siciliano in agosto, con il 20% in più di umidità. Bagnati fradici pedaliamo sulla direttrice verso Krabi. Krabi è celebre per un paesaggio naturale unico, che fonde giungla lussureggiante, formazioni rocciose spettacolari e mare cristallino. La caratteristica visiva più iconica di Krabi sono le imponenti falesie di calcare che svettano verticalmente sia nell'entroterra che in mezzo al mare. Queste formazioni rocciose al tramonto assumono un colore arancione e proprio a quell’ora arriviamo molto provati…ma felici di aver pedalato per 90 km sotto un sole cocente, a volte nel traffico di una superstrada e a tratti attraversando frutteti di banano, cocco e piantagioni di albero della gomma. Prima di arrivare a Krabi, lungo la strada, letteralmente grondanti, ci siamo fermati ad uno dei tanti punti di ristoro.

Il gestore ci chiede da dove veniamo e la nostra età. Lui, nostro coetaneo, è sinceramente interessato alla nostra modalità di viaggio; ci fa i complimenti. Parliamo, beviamo. Vorremmo pagare ma lui non vuole soldi. Salutiamo con un po’ di commozione. Quando arriviamo a Krabi, una situazione analoga. La città in festa. Raggiunta la Guesthouse, identificata attraverso il web, siamo sorpresi dall’immediatezza della relazione che si stabilisce con Yaya, l’allegra signora che gestisce la struttura. Ci viene incontro quasi danzando con una musica thailandese di sottofondo. Grandi sorrisi. Ci vede stanchi e si prende cura di noi. Ci fornisce informazioni e ci prenota il traghetto di domani. Durante questa settimana non abbiamo mai sentito nessuno alzare la voce. I genitori si rivolgono ai figli pacatamente. Nessun nervosismo alla guida. Se ti vedono in difficoltà, rallentano e aspettano con pazienza senza usare il clacson. Lungo la strada ci sorridono e salutano calorosamente. Specialmente i bambini.

Qualcuno ci ha chiesto di poterci fotografare. Sarebbe bello questi modi divenissero quotidiani anche da noi, vero? Purtroppo, per respirare questo clima umano (che speriamo si mantenga) credo non ci sia altro modo che venire in questa parte del mondo. Domani si ritorna a Phuket, ma prima una sosta sulle isole Phi Phi.

La mattina un gavettone a testa: Yaya ci dà così sorprendentemente il suo augurio di buon anno. Ma che tempismo perfetto!

Proprio oggi in Thailandia, lunedì 13 aprile 2026, è ufficialmente il primo giorno del Songkran, il Capodanno thailandese. Il Songkran e i gavettoni sono ormai un binomio inscindibile. La gente del posto e i turisti si dotano di secchi e pistole d’acqua per non farsi sorprendere impreparati.

Ma bisogna rispettare l’etichetta: non si spruzza acqua ai monaci, ai poliziotti in servizio e ai neonati. Anche gli anziani vanno trattati con rispetto: per loro si usa un versamento delicato sulle mani, non il fucile a pompa. Salutiamo calorosamente e ci avviamo verso il molo per navigare verso l’isola di Phi Phi per la coincidenza per Phuket; mentre stiamo per attaccare, siamo di nuovo rapiti dalla bellezza dell’isola. Ma neanche 100 metri sul molo che siamo letteralmente fradici: scodellate di acqua e schizzi ad ogni angolo. C’è una vera e propria battaglia di acqua e alcuni bambini si sono letteralmente organizzati in banda.

Qui il capodanno si festeggia così, non con i botti ma con l’acqua tiepida, approvvigionata da molti contenitori sparsi in giro per la località di mare; i più spregiudicati usano l’artiglieria pesante: acqua ghiacciata. Clima euforico, ovunque autoctoni e turisti presi dalla stessa frenesia; per quest’ultimi, credo sia una gradevole forma di regressione a giochi abbandonati nell’infanzia. Ma ora si torna a Phuket, fra pochi minuti Lionello decolla da Milano e noi dobbiamo essere pronti a riceverlo. Sbarchiamo: è l’apoteosi!

Dobbiamo ancora lasciare la stazione marittima, che già riceviamo le prime secchiate d’acqua. Avvicinandoci al centro, siamo già grondanti, la frenesia aumenta. Appostati lungo la strada interi gruppi familiari con fucili ad acqua, con recipienti di ogni tipo lanciano acqua sui passanti. Ma non è ancora niente. In centro la situazione è a dir poco febbricitante. Gruppi di giovani, che danzano sui cassoni dei pick-up, ingaggiano delle vere e proprie battaglie di spruzzi. A bordo recipienti da 200 l, ma in città c’è anche chi sta utilizzando grossi tubi che sembrano idranti. La musica è assordante e i marciapiedi allagati.

Tuttavia vige una regola: non si possono colpire le persone nei bar o nei ristoranti. Un carnevale gioioso. Una bellissima festa popolare. Varrebbe la pena venire qui anche solo per assistere a questo evento. Ma perché tutto questo? Il Capodanno thailandese, conosciuto come Songkran, è forse la festa più famosa e scatenata del Sud-est asiatico. Sebbene oggi sembri una gigantesca battaglia d'acqua a cielo aperto, le radici di questa tradizione sono profonde, spirituali e decisamente più "gentili" di quanto non appaia oggi. L’acqua è la protagonista assoluta perché simbolo di Purificazione, Rinnovamento e Pulizia. Nel contesto del Songkran, versare acqua serve a "lavare via" la sfortuna, i peccati e le negatività dell'anno appena trascorso.

È un rito di purificazione per iniziare il nuovo anno con un'anima pulita e una tabula rasa. Nonostante il bailamme assordante si respira un’aria di pacifico divertimento e di unità. In questo giorno di festa, l’allegria è condivisa da tutte le generazioni e da tutti gli ospiti stranieri della città. Tutti si sentono uguali, parte di una stessa appartenenza. Il tempo di incontrarci e bere qualcosa con due nostri simpatici conterranei, Carlo e Lorena, anche loro felici di trovarsi qui proprio il 13 aprile e poi rientriamo fradici e felici in hotel.

Il mattino successivo, partiamo che è ancora buio, e proprio davanti al nostro hotel sono schierati, in un allineamento perfetto, un gruppo di giovani in ambito monacale in un canto. Sono accompagnati da due monaci adulti e fanno sosta di fronte ad ogni abitazione per raccogliere delle offerte. Ma la gente non aspetta che arrivino davanti alla loro casa, perché hanno predisposto dei tavolini pieni di generi alimentari e bevande. Lasciamo la città che è l’alba, sgravati da qualsiasi residuo eurocentrico.

Avanti verso Bangkok!


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