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Cosa dovremmo imparare dalle ia che giocano a scacchi

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15.07.2026

Sono passati trent’anni dalla prima sfida fra Gary Kasparov, campione del mondo di scacchi dal 1985 al 2000, e il computer Deep blue, programmato dalla Ibm per eccellere nel gioco. Più o meno tutti sanno che nel 1996 Kasparov perse la prima partita, cosa che fece grande scalpore. La sfida, disputata su sei partite, fu comunque vinta da Kasparov, che conquistò tre vittorie e due pareggi. L’anno successivo, però, non gli andò altrettanto bene: perse all’ultima partita in appena diciannove mosse.

Da allora, i computer che giocano a scacchi sono stati sviluppati in molti modi diversi e oggi nessuno, nemmeno fra i più forti giocatori professionisti, è in grado di battere i modelli più evoluti.

Eppure sono sempre di più le persone che giocano a scacchi. La Federazione scacchistica italiana ha quasi 23mila iscritti nel 2026: il doppio rispetto al 2020. Nel mondo ci sono più di otto milioni di scacchisti che giocano tornei; una delle piattaforme più famose, Chess.com, ha duecento milioni di iscritti e c’è chi dice (forse esagerando un po’, ma è impossibile saperlo) che nel mondo ci siano un miliardo di scacchisti amatoriali. Niente male per un gioco in cui le macchine ci battono sempre.

I software di scacchi sono anche diventati alleati della preparazione di chi gioca per mestiere e di chi vuole imparare: possono simulare diversi livelli di gioco, fare analisi delle partite e, in generale, possono essere usati per imparare, da soli o con la guida di maestri umani. Questa dinamica dovrebbe tranquillizzare un po’ chi teme che smetteremo di pensare delegando tutto alle intelligenze artificiali.

Ma c’è un’altra lezione importante che proviene dal mondo degli scacchi e di cui dovremmo provare a far tesoro.

Ventimila anni di calcoli

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