Dimmi che paura hai e ti dirò chi voti: l’invenzione del mostro, come la politica decide i nostri incubi
Poco prima dell’11 settembre 2001 Gallup chiese agli americani quale fosse il problema più grave del paese. Il terrorismo lo nominò meno di una persona su duecento. Un mese dopo balza al 46%. Nel 2010, l’1%. La paura passa, ma lascia un residuo: venticinque anni dopo, il 64% degli americani dice che l’11 settembre ha cambiato per sempre il modo di vivere del paese. Quando la domanda diventa personale, “ha cambiato il tuo?”, la percentuale crolla al 28%. La paura è sempre degli altri. Per Ulrich Beck le società ricche stanno passando dalla società della scarsità, riassunta nella frase “Ho fame!”, alla società del rischio: “Ho paura!”. I nostri nonni temevano la natura, la carestia, la grandine. Noi temiamo ciò che abbiamo costruito: l’atomo, il virus, l’algoritmo. Non c’è stata una sostituzione, ma una sovrapposizione. Alla questione della distribuzione della ricchezza si è aggiunta quella dei rischi: chi subisce i pericoli generati dal progresso? Ma chiedersi di cosa abbiamo paura serve a poco. La domanda è: chi decide di cosa dobbiamo averne?
Per Mary Douglas e Aaron Wildavsky la risposta è netta: la società innalza alcuni rischi e ne spinge altri sotto la linea dello sguardo. Il pericolo oggettivo conta meno di quanto crediamo. Non temiamo ciò che può ucciderci. Temiamo ciò che il nostro gruppo ha deciso di temere. Il cinema lo dimostra. Sarti, Airoldi e Boni........
