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Kanye West e il live alla Rcf Arena: "Polemiche e morale selettiva. È un genio, non va demonizzato"

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10.04.2026

La reggiana afroamericana Veronica Costanza Ward: "Il suo concerto è un’occasione epocale per la città"

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Immaginare e accogliere un concerto di Kanye West è una questione che spiazza. Londra storce il naso. Nel mentre, la data di Los Angeles di qualche giorno fa è stata uno spettacolo incredibile, una scenografia visionaria e ospiti icone (Lauryn Hill e Travis Scott). Sold out con quasi 80 mila spettatori. Un successo. Dunque, West disorienta, provoca, divide ed entusiasma, La polemica cittadina, nata all’alba della conferma della presenza dell’artista americano in concerto il 18 luglio alla Rcf Arena, mi attraversa in pieno nella mia doppia identità, di afroamericana e reggiana.

Difendere le uscite di Kanye West sarebbe impossibile. Posso però tranquillizzare chi attribuisce un valore politico ufficiale alle sue stramberie. Siamo lontani dal rischio che milioni di adolescenti diventino neonazisti per un suo concerto. Kanye West è un musicista, un produttore, un personaggio influente, un multimilionario, anche ex marito di Kim Kardashian. E un genio. Pur sempre nella sua forma più pura, però, resta un menestrello. Le sue rime vivono nel mondo della creazione artistica, se vogliamo in quello dell’intrattenimento, non in quello della propaganda. Le magliette con la svastica che hanno giustamente indignato seguono il percorso isterico di un uomo isterico. Come le t-shirt con la scritta White Lives Matter (che io ho trovato geniale) alla Paris Fashion Week del 2022, che gli sono costate contratti milionari con le aziende di cui era testimonial o con cui collaborava.

In ogni caso, le sue boutade non sono manifesti politici: sono provocazioni autodistruttive, segnali di una psiche in evidente difficoltà. E questo lui lo ammette. Le dichiarazioni di Kanye West su questioni storiche, sociali o politiche lasciano dunque il tempo che trovano. La sua musica, invece, no. Quella resta. E resterà a lungo. Chi conosce il rap e la sua storia lo sa. Chi conosce gli Stati Uniti, il mondo afroamericano, la sua evoluzione e il suo linguaggio, lo sa ancora meglio. Nulla di ciò che Kanye West rappresenta è davvero pericoloso dal punto di vista ideologico. Pericoloso forse è il suo stato mentale. Il suo equilibrio. Forse la sua vita e di riflesso la sua musica che rischia di incastrarsi nelle tribolazioni di un ego enorme e fragile, di un cervello che forse ha dato più di quanto potesse.

Ma Kanye West ha rivoluzionato il rap, ha segnato un cambio epocale nel genere. Ha introdotto un nuovo approccio, ha tracciato un solco nel quale la distinzione tra rap e canto diventa irrilevante. E dopo di lui artisti come Drake e altri hanno raccolto il testimone fino alla vetta delle classifiche. Già da ragazzino i suoi beat conquistano i principi del rap di allora. Gli album come The college dropout (2004) che debutta al secondo posto della classifica americana Billboard 200 e Late registration (2005), My beautiful dark twisted side (2010) e ancora Jesus is king (2019), sono l’evidenza del genio di un artista che ricerca fuori dai canoni. E Through the Wire (2002), le cui tracce sono state letteralmente registrate in ospedale, dopo un incidente d’auto che gli fratturò la mascella, attraverso il filo di ferro (the wire, appunto, in inglese) che gli teneva insieme bocca e denti (le registrazioni originali nel docufilm in tre parti jeen-yuhs: A Kanye Trilogy, del 2022 per Netflix, che racconta l’ascesa di Kanye West, basata su oltre vent’anni di filmati girati dal regista Coodie Simmons).

Ye (oggi si fa chiamare così) insieme a Jay-Z, Eminem, 50 Cent, Oucast, poi Tyler the Creator e Drake e molti altri sono pilastri non solo del rap, dell’industria musicale americana globale. Un’industria che influenza moda, stile, linguaggio. Ma non la coscienza politica. Il rap è l’ultima evoluzione della musica nera americana: blues, jazz, soul. La musica di un popolo sulla cui schiena e con il cui sangue è stato costruito un Paese europeo travestito da sogno. Ogni rima nasce da lì. Ogni beat è un lamento. Solo che oggi quell’origine è troppo lontana per essere davvero ascoltata o ricercata.

Io la sento nelle ossa. E non mi spaventa un genio sofferente. Non lo giustifico, ma non lo demonizzo. Quello che trovo sbagliato è caricare l’eventuale sua presenza a Reggio Emilia di significati geopolitici enormi: contro gli Usa, contro le destre, contro i nazionalismi. Oggi i geni non cercano più l’approvazione sociale. Cercano l’approvazione social. Cercano il pubblico che li vuole capire.

La storia della musica gli ha già dato il posto che gli spetta. La presa di distanza dell’amministrazione reggiana, in questo contesto, appare mal indirizzata e mal confezionata. Fa un po’ sorridere e un po’ tristezza. Ma soprattutto fa tanto provincia. Perché qui di Kanye West, di rap, di musica black contemporanea, si sa poco o nulla. È come parlare di liscio romagnolo a New Orleans. Nel frattempo, si invoca la morale selettiva. Si dimenticano decenni di rockstar idolatrate nonostante processi, abusi, violenze raccontate come folklore. Si prende distanza prima ancora di capire. Eppure, per il pubblico italiano che ancora lo segue, questo concerto è una vincita all’Enalotto. E per la città è l’occasione per una visibilità diversa, non peggiore. Dunque, ricapitolando e schematizzando. Un afroamericano non può essere nazista. Un afroamericano non può essere razzista nel senso storico del termine. Può dirlo. Ma è una contraddizione in termini. Kanye West è un provocatore per necessità, non per strategia. Mescola tutto perché cerca sé stesso. E forse una forma di giustizia. Criticatelo, certo ma non prendete distanza per riflesso. Avvicinatevi, eventualmente, se volete capire. È solo un grande spettacolo. E sarebbe doppiamente desolante che, oltre a una pessima gestione pubblica, fosse anche un brutto concerto. Quello sì, non glielo perdonerei. Non qui, Ye.

Veronica Costanza Ward, Editorial contributor; si occupa di arte, design e questioni di identità legate all’origine e alle implicazioni sociali. Nonostante i tempi bui è "una fiera afroamericana e una fiera italiana"

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