Omicidio colposo. L’auto incustodita e il silos senza barriere
La tragedia del 2023 in un allevamento di San Pietro in Guardiano: prima udienza. Sotto accusa lo zio delle vittime e la legale rappresentante dell’azienda.
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Il primo atto del processo su una delle più gravi tragedie del territorio forlivese degli ultimi anni, è una rapida formalità. Davanti al giudice monocratico del tribunale di Forlì, Andrea Priore, le parti in causa decidono la strategia attraverso la scelta dei testimoni. Al pm Laura Brunelli tocca la prima mossa, che s’estrinseca nella scelta di partire con due operatori di polizia giudiziaria (che hanno condotto le indagini) e due camionisti testimoni oculari: appuntamento in aula il 27 maggio. Seconda tappa dove si sviscererà la sostanza di quella frattura di dolore che si scava violentemente alle 14.30 del 7 aprile 2023, a San Pietro in Guardiano di Bertinoro.
Nel piazzale di un allevamento, Fatima Boulgoute, 18 anni, Ousama 14 e Marva 10 anni – figli di emigrati marocchini residenti a Meldola –, muoiono sul colpo per il crollo di un silos pieno di mangime, abbattuto dallo schianto con l’auto che guidava la ragazza, alle prese con alcune prove per l’imminente esame per la patente. Fatima era al volante della vettura dello zio, Rachid Boulguote, 46 anni, residente a Cesena, dipendente dell’allevamento, e ora a processo per l’omesso controllo dell’auto lasciata con la chiave nel cruscotto; per l’accusa, una "negligenza grave", quella dell’uomo – difeso dall’avvocato Antonio Baldacci –, "per non aver messo in atto tutte le procedure per porre in sicurezza la sua Opel Zafira". Ad affiancare lo zio delle vittime sul banco degli imputati, Simonetta Ciani, 63 anni, forlivese, legale rappresentante della Casagrande Società Agricola, casa madre dell’allevamento di San Pietro in Guardiano, e difesa dagli avvocati Claudia Battaglia e Antonio Giacomini. La donna, accusata di omicidio colposo plurimo, nella visione della procura, in qualità figura apicale della società, "non avrebbe messo in sicurezza", con una recinzione, i silos presenti nell’area.
Nel corso dell’udienza preliminare erano invece usciti di scena le parti civili, ossia i famigliari delle vittime, assistite dall’avvocato Alessandro Sintucci: il giudice Massimo De Paoli aveva infatti ratificato il risarcimento ai genitori dei ragazzini, per il danno morale causato dalla perdita violenta della figlia Fatima, alla guida della Opel che ha impattato il silos; per i due fratellini, i passeggeri, l’assicurazione del veicolo aveva già precedentemente indennizzato gli stessi genitori.
In tutto il processo prevede la presenza in aula di una quindicina di testimoni, tra accusa e difesa, che saranno sentiti in cinque o sei sedute prima di giungere al verdetto, forse entro l’anno. Decisiva sarà la depopsizione dei periti dell’accusa, che in sede di indagine hanno valutato l’intera struttura del silos precipitato nell’impatto con l’auto guidata dalla ragazza, la loro capacità di tenuta, il loro stato di manutenzione e le eventuali mancanze dei dispositivi di sicurezza contestate dalla procura di Forlì. Punto fondamentale, questo, quando per il giudice ci sarà da tirare le somme, nel verdetto, razionale esito di legge per una trama d’angoscia che va oltre ogni canone di logica.
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