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“Trump spiazza come Hitler”. Lo storico: linguaggio violento /

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03.04.2026

Il presidente Donald Trump durante il discorso alla nazione

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Roma, 3 aprile 2026 – “Non è un fascista ma un ‘trickster in chief’”. Rosario Forlenza, storico dell’età contemporanea, direttore del corso di laurea in International Relations alla Luiss, commentando il discorso alla nazione pronunciato mercoledì da Donald Trump, mette in guardia dall’uso di parallelismi e analogie storiche, “terreno molto scivoloso e per tanti versi fuorviante”, e propone una chiave di lettura diversa che collega il presidente Usa ai dittatori del ‘900 in maniera più calzante. 

Un linguaggio come quello utilizzato da Trump ha precedenti nella storia degli Stati Uniti?

“Non credo. Se pensiamo alla Nuova Frontiera di John Kennedy, al New Deal di Roosevelt, alla Great Society di Lyndon Johnson, vediamo un uso del linguaggio molto diverso, destinato a un pubblico più maturo. Il discorso di Trump non mi ha sorpreso. Ha usato il suo linguaggio tipico che si basa su concetti chiave anche molto semplicistici volti a colpire direttamente l’emotività dell’elettorato. Un linguaggio essenziale, ripetitivo, caratterizzato da aggressività, violenza, delegittimazione dell’avversario politico, dalla continua creazione di un nemico presentato come minaccia per la comunità statunitense. Qui il fascismo aveva insegnato molto”.

Cosa risponde a chi considera Trump fascista?

“Il dibattito su questo tema è partito già dieci anni negli Usa: a lanciare le prime accuse sono stati i suoi oppositori all’interno del partito Repubblicano. Ma è fuorviante vedere Trump attraverso la lente del fascismo o del nazismo perché erano prodotti di una determinata e diversa epoca storica. Anche se lo storico Robert Paxton, tra i più scettici sull’idea di Trump come fascista, nel gennaio 2021 dopo l’assalto a Capitol Hill, ha rivisto la sua posizione. Direi che negli Stati Uniti è in corso uno scivolamento che sta spingendo il Paese verso un autoritarismo elettorale preoccupante. Però il futuro probabilmente contiene nuovi errori, non quelli riciclati dagli anni ’30”.

Dunque come lo definirebbe?

“Lontano dalla figura carismatica delineata da Max Weber, Trump assomiglia più a quello che la simbologia e l’antropologia religiosa chiamano il ‘trickster’, una figura mitologica che rompe le regole e ne crea di nuove, sovvertendo il senso comune. Un agente del cambiamento attraverso il paradosso e l’eccesso. Una figura, come diceva Jung, che incarna la parte più caotica e imprevedibile dell’animo umano, che si manifesta quando le società sono in crisi e cercano un punto di svolta. Dice tutto e il contrario di tutto per sfruttare il caos e l’incertezza. Con le sue boutade, il suo stile esagerato, il suo disprezzo per le regole stabilite, mette in crisi le già fragili fondamenta del potere politico tradizionale”.

Tratti in comune con i dittatori del ‘900?

“Anche Hitler e Mussolini, erano veri e propri trickster. Nel 1932 Karl Mannheim disse all’intellettuale statunitense Lewis Mumford, preoccupato per l’ascesa del nazismo, di non preoccuparsi: Hitler era ‘solo un clown’. Ecco i clown nei momenti di crisi possono diventare pericolosissimi. E come Hitler allora, anche Trump viene sottovalutato”.

Ci siamo assuefatti a un certo tipo di comunicazione?

“È già successo che l’opinione pubblica si addormentasse. È la banalità del male direbbe Hanna Arendt”.

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