Simone pronto ad attraversare in barca l’Atlantico in solitaria: “Un sogno che si avvera”
Simone Dalla Rosa, cesenate di 35 anni, è velista e architetto navale. Da ragazzo si allenava e gareggiava con Ruggero Tita, campione olimpico
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Cesena, 15 aprile 2026 – La traversata dell’Oceano Atlantico in solitaria: è questa la sfida – sportiva, certo, ma soprattutto personale – del cesenate Simone Dalla Rosa, velista e architetto navale. Da ragazzo si allenava fianco a fianco con Ruggero Tita, oggi campione olimpico e ancora grande amico. Conquistarono persino assieme un bronzo al mondiale RS Feva sul lago di Garda. Col tempo, però, si è allontanato dalla competizione estrema per seguire un’idea diversa di vela: un ritorno al suo significato originario, più vicino alla natura, alla libertà e all’avventura. La Mini Transat è una regata che solo in parte si può raccontare.
È un’esperienza viscerale, un dialogo intimo con il mare grande – l’Oceano Atlantico – ed è una delle prove più affascinanti e romantiche della vela, quasi fuori dal tempo. Si parte da Les Sables-d’Olonne, in Francia, per arrivare ai Caraibi, in Guadalupa, con una tappa intermedia alle Canarie. Solo skipper, mare e barca: nient’altro. Simone Dalla Rosa parla con la calma di chi è centrato sui propri obiettivi e con l’emozione viva di chi sta realizzando un sogno che coltiva sin da bambino: “Questo sogno ce l’ho da quando, nel 2003, mio padre mi portò a vedere la partenza della Mini Transat a La Rochelle. È un filo che unisce la mia vita e anche la mia professione.”
Come procede la preparazione? La barca è già in acqua?
“Sono solo all’inizio dell’avventura. Dopo mesi di cantiere ho appena messo in acqua il mio Mini 348”.
Quante miglia servono per qualificarsi alla Mini Transat 2027?
“Ne servono 1500 in regata e altre 1000 in solitaria. La prima regata della stagione sarà in questi giorni: si parte subito forte”.
La vela fa parte della tua vita da sempre, ma l’oceano in solitaria è un salto in un’altra dimensione, no?
“Sì. Ho fatto una piccola esperienza oceanica a 18 anni, durante uno stage a Grenoble, e ho navigato lungo la costa francese. Ma attraversare l’Atlantico da solo, come skipper, è un’altra cosa: è una sfida completamente diversa”.
Un’avventura autentica.
“Mi piace il rapporto diretto con la natura, quel dialogo intimo tra skipper e mare. È una delle pochissime regate senza assistenza e senza comunicazione con la terra; quando parti, consegni il cellulare all’organizzazione”. Nessun contatto? Davvero zero comunicazioni?
“Zero. Solo i dispositivi di sicurezza obbligatori, ma per il resto si naviga come 50 anni fa: GPS non cartografico, carteggio a mano. È un ritorno alle origini”. La mente come vela di riserva. Come ti stai preparando mentalmente?
“Vivo la Mini come un regalo per i miei 35 anni, senza mettermi troppa pressione. Ma la preparazione mentale è fondamentale quanto quella tecnica. Credo che partire con la fiducia nel proprio mezzo sia già una ottima base di serenità”.
La parte più ostica di una regata in solitaria si dice sia il sonno.
“Mi sto preparando. In oceano si deve per forza dormire tra i 10 e i 20 minuti per volta; avrò a bordo una sveglia potentissima. Vedremo come reagirà il corpo: ognuno troverà il proprio equilibrio”. Architettura e vela: la barca, in fondo, può essere considerata uno spazio minimo abitato.
“L’architettura è disegnare spazi per vivere. Il Mini è il minimo spazio abitabile possibile: un’estensione del corpo dello skipper. Qui l’ergonomia è assoluta: ogni gesto deve essere immediato, ogni oggetto deve avere un senso. Ho cercato un Mini di vecchia generazione proprio per modificarlo e adattarlo al mio modo di navigare. È stato un apprendistato di cantiere, una bottega come quelle di una volta, perché all’università, purtroppo, ti insegnano pochissimo a lavorare con le mani”.
Essere un solitario nella vita è di aiuto in una regata così estrema?
“Penso di sì. Per me significa sapersi adattare. Ho cambiato paese, città, vita più volte. Questa flessibilità è diventata una forza, anche nella mia carriera. Non si tratta di bastare a se stessi, ma di saper reagire alle situazioni senza aspettare che qualcuno risolva i problemi al posto tuo”.
La Mini Transat è anche una gara. Conti di vedere gli altri concorrenti durante la traversata? “Di solito ci si perde di vista già dalla prima notte. Molti raccontano di non aver incontrato nessuno per tutto il resto della regata. In mare aperto ognuno segue la propria rotta, il proprio vento. Ma nella fase preparatoria è diverso: ci si aiuta moltissimo, condividere conoscenze è essenziale. Io faccio parte di un team di allenamento a Pornichet e l’atmosfera è davvero quella di una squadra”.
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