Velasco uno di noi. L’ambasciatore di Modena venuto dall’Argentina
Ha cambiato la storia del volley e dello sport dai quattro scudetti con la Panini. Anche dopo essere partito, non ha mai tagliato i ponti con questa provincia.
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Forse lui non lo sa, che in fondo è ’colpa’ nostra, del Carlino. Chissà se glielo hanno raccontato quando arrivò, e come parlerà di Modena nella sua autobiografia Gracias a la vida, in uscita a maggio per Feltrinelli. Ne dirà benissimo, non abbiamo dubbi. Di sicuro nel momento più alto della sua carriera sportiva, dal tetto sul mondo che si vede dai cinque cerchi olimpici, Julio Velasco ha già ricordato pubblicamente che questa è la città che gli ha cambiato l’esistenza, anche se adesso vive sui colli alla periferia di Bologna.
"Io mi considero un modenese in giro per il mondo, questa è la mia città adottiva e qui ho sempre mantenuto tante amicizie", disse nel 2022 al momento di essere premiato in Comune con il ’Grosso d’argento’, una moneta modenese del tredicesimo secolo.
Dal 21 maggio 1985 all’11 agosto 2024 passano quarant’anni nei quali Julio Velasco ha ribaltato la storia della pallavolo e ha lasciato un segno indelebile sullo sport, non solo italiano. E non solo sullo sport, a dire il vero, perché neanche Mourinho ha altrettante frasi celebri citate dalla gente, magari spesso a sproposito: dagli ’occhi della tigre’ a ’nessuno mi toglierà quello che ho ballato’ fino all’ultimo mantra vincente, quel ’qui e ora’ che ha guidato le azzurre al trionfo a cinque cerchi a Parigi e che ha ispirato anche una certa Federica Brignone. E pazienza se in realtà viene dal latino ’hic et nunc’: in un mondo che sempre più spesso vive di slogan brevi perché brevi sono diventati i pensieri, le dichiarazioni di Velasco per alcuni sono come un juke-box, metti la monetina ed esce la canzone-citazione adatta, ma che ne sanno i Duemila che ascoltano ormai solo musica liquida.
Non divaghiamo. Il giorno del 1985 in cui metaforicamente la cometa di Julio Velasco inizia a brillare sul nostro cielo è quello in cui la Panini perde dolorosamente da favorita a Reggio Emilia (il Palasport di via Divisione Acqui non era ancora pronto) lo spareggio scudetto contro la Mapier Bologna. Dopo quella sconfitta l’allenatore gialloblù Andrea Nannini disse cose che a Peppino Panini non piacque leggere (eufemismo) sulle colonne del Carlino, e la società decise di cambiare immediatamente.
Il resto è storia abbastanza nota: Velasco era a Jesi in A2 dove l’aveva scoperto e portato Beppe Cormio, la dirigenza gialloblù con una mossa coraggiosa puntò su di lui. Da lì in poi il mondo del nostro volley cambiò il suo giro, di Modena e dell’Italia intera, e la rivoluzione dei risultati aprì la finestra sulla statura dell’uomo venuto da La Plata e destinato a cambiare anche il modo di comunicare lo sport. E a farlo senza dimenticare mai da dove è venuto e da dove ha spiccato il volo, perché quel giorno di agosto di due anni fa sotto la Tour Eiffel Velasco dedicò la vittoria olimpica a due persone che non ci sono più. Uno è il romagnolo Giuseppe Brusi, che più di ogni altro aveva insistito per farlo tornare sulla panchina della nazionale femminile. L’altro è Leo Novi, storico dirigente della Panini, ricordato con parole dolci nel momento del successo.
Ecco, questo basterebbe a far capire il rapporto tra Velasco e Modena, non ci sarebbe bisogno neanche di aggiungere che nel corso dei decenni, anche al di là dei ’ritorni’ veri e propri sulla panchina del club gialloblù, Velasco ha continuato a venire in città per vedere il suo medico (il compianto Marco Grandi), il dentista e il commercialista, ma soprattutto per gli amici, che peraltro coincidevano spesso con i professionisti a cui si affidava.
A Modena Velasco è passato tre volte, professionalmente parlando, lasciando sempre semi visibili all’occhio attento, anche quando non ha vinto. Ma in realtà è come se non fosse mai partito.
Quando lasciò la Panini nel 1989 dopo averle fatto vincere quattro scudetti consecutivi (il resto del bottino in gialloblù dice 3 coppe Italia, 1 supercoppa italiana, 1 coppa delle coppe) per prendere in mano la nazionale e trasformarla in una macchinetta da medaglie, in fondo tutti i modenesi che amano la pallavolo ("la differenza tra questa città e le altre è la tradizione, qui c’è tantissima gente che a pallavolo ha giocato", ha detto Julio) sapevano che stavano facendo un regalo agli altri, stavano inviando nel mondo una eccellenza.
In quelle gastronomiche (di cui anche Velasco è ghiotto, anche se alcuni dei suoi rifugi culinari hanno chiuso nel frattempo) l’oro della nostra città è figlio di tradizioni centenarie tramandate in tutte le famiglie. In quella sportiva, Velasco è stato il completamento ideale di un universo diffuso, ben oltre i risultati sportivi. Ci voleva lui, con mezzi culturali superiori alla media, per riuscire a fare una sintesi delle mille anime anche sociali che si riflettono sotto la rete del volley nella nostra provincia. Con un percorso che è molto più umano che sportivo, perché è vero che la cittadinanza italiana nel 1990 arrivò perché si attivò il sindaco di allora, Alfonsina Rinaldi. Ma è vero anche che in cambio Modena ha ricevuto da Velasco una... promozione territoriale, come dicono quelli che sanno di marketing, che non sarebbe stato possibile pianificare a tavolino.
Il sangue latino in comune non basta a spiegare come Julio si sia integrato alla perfezione nel tessuto sociale, nei costumi emiliani, nel modo di vivere in un posto a misura d’uomo. La verità è che forse non lo sapeva neanche lui, ma Velasco era già modenese ancora prima di arrivare.
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