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Ergastolo Gualandi, i giudici: “Ha detto solo bugie, uccise Sofia perché non riusciva più a tenere sotto controllo le sue pretese”

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10.04.2026

Omicidio di Sofia Stefani (a sinistra), le motivazioni della condanna all'ergastolo di Giampiero Gualandi (a destra)

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Bologna, 10 aprile 2026 – Gualandi ha sparato a Sofia e l’ha fatto “con coscienza e volontà”, uccidendola “con un colpo di pistola al viso” esploso dalla distanza di 30 centimetri. 

L’ex comandante della polizia locale di Anzola, 64 anni, è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio della collega Sofia Stefani, 33 anni, con la quale aveva da tempo una relazione extraconiugale, commesso il 16 maggio 2024 nel suo ufficio, al Comando di polizia locale.

La sentenza di primo grado ha stabilito che non si era trattato quindi di un incidente, come l’imputato ha sempre sostenuto parlando di un colpo partito per sbaglio durante una colluttazione con l’amante, ma di un omicidio volontario. Concetto che nelle motivazioni della sentenza viene ribadito. La Corte d’assise era presieduta da Pasquale Liccardo, pm nel processo Lucia Russo, indagini dei carabinieri. Gualandi è assistito dagli avvocati Claudio Benenati e Lorenzo Valgimigli, i genitori di Sofia Stefani (parte civile) dall’avvocato Andrea Speranzoni. 

"Gualandi non diceva la verità”

Le dichiarazioni di Gualandi sono risultate “fumose, approssimative, ipotetiche” e di fatto “modulate sulla necessità di confortare la tesi di uno sparo accidentale causato da una colluttazione con la vittima”. Gualandi, poi, si è contraddetto, proseguono i giudici nella sentenza, e tutti i rilievi svolti hanno confermato “l’inattendibilità delle dichiarazioni” dell’imputato.

Ad esempio, Gualandi aveva inserito il caricatore nella pistola “nonostante la pretesa e incompatibile esecuzione di operazioni di pulizia dell’arma”. Per i giudici, inoltre, non è possibile che nella stanza fosse esplosa una lite tra i due, “nessuno degli oggetti” in quell’ufficio è infatti risultato spostato, danneggiato, rovinato.

E poi, stando ai risultati delle perizie svolte, Gualandi “era certamente al corrente del prossimo arrivo” di Sofia “almeno dalla tarda mattinata” e in quel frangente, subito prima che Sofia entrasse nell’ufficio, l’imputato va a prelevare la pistola dall’armadio blindato e cancella tutte le chat con l’amante e fa sparire qualsiasi traccia delle loro comunicazioni.

Relazione ‘tossica’ tra i due

Gualandi era da tempo legato alla vittima da una relazione extraconiugale, relazione che, pur scoperta dalla moglie dell’imputato, andava avanti “con modalità e connotati sperequati e tossici” tanto da provocare in Gualandi “una progressiva pressione e una profonda insofferenza” che si è intensificata “in modo insopportabile” davanti alle condotte pretensive dell’amante” che lui “non riusciva più a governare”. Le pretese di Sofia, poi, continua la Corte, rappresentavano ormai per l’imputato “una grave minaccia per la sua onorabilità personale e per i suoi progetti professionali”. 

La decisione di ucciderla

La decisione di ucciderla, quindi, va inserita e letta in tale contesto e l’omicidio, scrivono i giudici, è stato organizzato da lui “con l’uso di uno strumento micidiale da lui ottimamente padroneggiato”, cioè la Glock che aveva in dotazione. Idem per la scelta del contesto, cioè il luogo di lavoro, che gli avrebbe consentito di giustificarsi per il possesso dell’arma in quel posto. 

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© il Resto del Carlino