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Come trasformò il volto della città. Da Santa Cristina a Veterinaria. E allargò l’ateneo oltre i confini

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29.03.2026

Inaugurazione di Scienze mediche veterinarie a Ozzano nel 1994: il taglio del nastro

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Sono ovunque, a Bologna, i palazzi storici che tra gli anni Ottanta e il presente, prima durante il suo incarico di rettore dell’Università, e poi quale presidente della Fondazione Carisbo e anche di Genus Bononiae, Fabio Roversi-Monaco ha contribuito a restituire alla collettività. È nell’ambito dell’Università che l’impronta data alla città di Bologna è più evidente, a partire dal complesso che ha il suo cuore nell’Aula Magna di Santa Lucia (dove domani si svolgeranno le esequie accademiche), diventata tale nel 1988, e che si allarga in varie direzioni verso il Collegio Nuovo dei Gesuiti (diventato poi dipartimento delle Lingue) e l’ex carcere di San Giovanni in Monte, il cui progetto di restauro, nel ’95, diede poi corpo all’attuale dipartimento di Storia, culture e civiltà. Poco lontano, il complesso di Santa Cristina, già acquisito dal Comune negli anni Novanta, diventò nel 2004 il quartier generale della facoltà di Storia dell’arte.

Anche il cuore dell’Alma Mater – Palazzo Poggi – fu coinvolto in interventi di restauro: erano gli anni tra il 1997 e il 2000. E Palazzo Marescotti fu acquisito dall’Università nel 1997, per poi diventare sede del Dipartimento di musica e spettacolo, mentre a Palazzo Hercolani la ristrutturazione cominciò nel 1989 e terminò tre anni dopo, con l’approdo qui della facoltà di Scienze Politiche. Non solo il centro storico: l’opera di consegna all’Università di nuovi spazi vide coinvolti anche il Centro agro-alimentare, dove nel 2000 si insediò la facoltà di Agraria, e gli attuali spazi del dipartimento di Scienze veterinarie, che nel 1994 completò il suo trasferimento a Ozzano. Importanti anche i lavori messi in campo grazie a Fondazione Carisbo, che restituì alla città Casa Saraceni (sua attuale sede) e Palazzo Pepoli, poi diventato Museo della Storia di Bologna. L’ultimo tassello con Genus Bononiae, grazie al quale Bologna vide rinascere il complesso di San Colombano (inaugurato nel 2010), il nuovo percorso museale di Santa Maria della Vita, per arrivare fino a Palazzo Fava. Grazie a lui, l’Unibo ha varcato i confini della città radicandosi profondamente in Romagna con l’istituzione delle sedi di Rimini, Cesena, Forlì e Ravenna.

Una dimensione, quella dell’Alma Mater roversiana, non solo educativa, culturale e comunicativa, ma anche espansiva: "Abbiamo restaurato, sistemato, acquisito, costruito nuovi edifici, decentrati tra Forlì, Cesena, l’Agraria al Caab e Veterinaria a Ozzano – disse l’artefice di tutto questo in una intervista –. Oltre 1.500 miliardi di lire di interventi: ho avuto la collaborazione degli amministrativi e dei migliori docenti, anche quelli che non mi avevano votato, ho avuto ottimi rapporti con aziende e coop rosse". Il cosiddetto multicampus, poi, fu strutturato ulteriormente.

Il capitolo del restyling dell’area Staveco che voleva destinare all’Università. "Fu una sconfitta terribile, era il 1990-1991 – disse –. Ebbi uno scontro durissimo con l’allora sindaco Renzo Imbeni, nessun appoggio dalle forze politiche e sociali e tutto naufragò, anche se l’allora ministro Formica ci aveva ceduto gratuitamente l’area con decreto".

Filippo DonatiChiara Gabrielli

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