’ Testa o testa’, alla Linea Verticale una ricerca interiore e sofferta
La singolare e preziosa mostra, fino a 23 aprile, curata da Fameli. Esposti Bendini, Pulga, Ciniberti, Pozzati, Osti e Puglioli
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Quando scendono dal nord le teste di Fautrier e di Dubuffet, durante e subito dopo i "disastri della guerra", come avrebbe detto Goya, l’Italia delle arti è sul bilico poco stabile dell’astratto e del concreto. Critica e pratica s’interrogano, gli artisti cercano. Addirittura Giuseppe Ungaretti resta sconcertato dall’arte di Fautrier ("miracolo di volontà") mentre a Bologna una galleria diretta da intelligenze lungimiranti (La Loggia di Bruno Nanni e Maria Orri) si spalanca subito e accoglie il nuovo. Il solo nuovo possibile. Vasco Bendini, allievo di Virgilio Guidi, manifesta fin dagli inizi della sua carriera la capacità di investigare la qualità della materia pittorica.
Appaiono soggetti diafani, presenze-assenze che sembrano muoversi in uno spazio diffuso, incerto. Le sue Teste sembrano dissolversi rivelando un approccio all’ Informel (il movimento che origina l’informale italiano) ascetico, quasi francescano, che, a volte, pare invocare "anatomie più robuste, per quanto ambigue" – così sottolinea Pasquale Fameli, curatore della singolare e preziosa collettiva Testa o testa, che si inaugura oggi allo studio La linea verticale fino al 23 aprile presenti nel ritratto esposto in galleria. Una rassegna di volti che rivela quanto la chiamata nordica per una ricerca interiore e sofferta trovi immediato ascolto e riflesso sia in Italia, sia proprio a Bologna, città presidiata dall’occhio lungimirante di Francesco Arcangeli. Ecco allora la "figuralità dell’informale" – secondo la definizione che ne diede nel 1960 Maurizio Calvesi, presentandolo a Bologna – di Giuseppe Ferrari; le drammatiche teste di Bruno Pulga; il lento distanziarsi dall’Informale di Pirro Cuniberti che ricerca uno spazio nel quale recuperare la "narratività" dell’immagine; il processo di distillazione del segno che investe Concetto Pozzati, intento a un "ritorno al racconto".
Poi, ancora, gli esiti degli ’arrabbiati del Battibecco’ – sodalizio che all’inizio degli anni Sessanta si stabilisce tra Maurizio Bottarelli (il solo artista vivente, di cui si espone un’opera attuale), Alberto Colliva e Franco Filippi –; le impronte evanescenti che convivono con i frammenti tipografici di Maurizio Osti; le alterazioni fisiognomiche presenti della scultura di Alcide Fontanesi. Spiccano infine la testa di Lidia Puglioli, pittrice in cui convivono arte e storia, biografia e volontà, e un’ instancabile capacità di trasformare un sentire convulso e pressante nella sola materia che lo possa accogliere, e il volto ocra di Piero Manai, pochi centimetri di un acetato sconcertante che sembra conservare la realtà di un grido appena sopito.
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