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Aerautodromo, la nostra Indianapolis. Quel record di Agostini sulla MV nel giorno dell’addio al circuito

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27.02.2026

Oggi parco Ferrari, ieri leggendaria pista soprattutto per le due ruote: il rombo di un’epoca indimenticabile

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L’aerautodromo di Modena era qualcosa di unico per il motociclismo. Nato nel 1950 come impianto fisso che ospitava aeroplani, per di più da turismo, e corse di automobili e di motociclette, è stato proprio nelle competizioni a due ruote che ha avuto il suo maggior prestigio e anche durata a livello temporale; il gran premio motociclistico del 21 marzo 1976 è stata infatti l’ultima competizione ufficiale svolta sull’anello geminiano. Ma cosa aveva di speciale questa pista? Diciamolo subito, era un circuito molto particolare, praticamente un anello tipo Indianapolis, che veniva interrotto da una andata e ritorno dividendo in due la pista degli aeroplani, posizionata in diagonale rispetto al tracciato ‘corto’ che veniva sfruttato soprattutto per prove libere, fino all’inaugurazione di Fiorano anche dalla Ferrari che testava lì anche le monoposto di Formula uno. Ma torniamo alle moto: le competizioni a due ruote sono state, senza tema di smentite, gli avvenimenti sportivi cittadini che hanno attirato più gente in tutta la storia modenese. Sulle tribune, ma anche sui muri e nei balconi e sui tetti delle case vicine, si arrivava a punte di quaranta/cinquantamila spettatori.

"L’unico posto dove ho visto arrivare la polizia già al mattino per bloccare la gente ai cancelli perchè dentro non ci stava più nemmeno una persona". Sono parole di Giacomo Agostini, il campionissimo, quindici titoli mondiali, diciotto titoli italiani e 123 gran premi iridati vinti in carriera. E ovviamente quello che più di ogni altro è salito sul gradino più alto del podio nelle gare di Modena, compreso in quel 21 marzo 1976 in cui vinse la 500, l’ultima classe in gara e anche l’ultimissima corsa sull’anello geminiano, fissando anche quel 1’33“3 che rimarrà per sempre il miglior tempo assoluto. E quella fu l’ultima vittoria di una MV in una gara disputata in Italia. Ma le grandi prerogative delle corse modenesi erano essenzialmente due. Intanto, per la conformazione dell’impianto, da qualsiasi punto fosse posizionato, lo spettatore poteva vedere integralmente tutto il percorso. La seconda era forse la più importante, ovvero che la gara di Modena, programmata quasi sempre nel giorno di San Giuseppe (19 marzo) o comunque in quel fine settimana, risultava essere la prima gara in assoluto in Europa dopo il letargo invernale, e in tempi in cui il ‘continental circus’ non andava a correre fuori dal vecchio continente. Quindi, sia pur fosse valida ‘solo’ per il campionato italiano, attirava anche tanti campioni stranieri come Phil Read, Santiago Herrero, Teuvo Lansivuori e Jarno Saarinen. Già, il campionato italiano. Ben diverso, soprattutto negli anni Settanta, da quello odierno.

All’epoca nelle gare tricolori c’erano tutti i grandi, Agostini in testa, e la gente si godeva uno spettacolo di cinque corse cominciando in tarda mattinata con le 50, per proseguire con le classi 125, 250, 350 e 500: e tanti conduttori si cimentavano in due gare. Sempre in tema di due ruote non possiamo dimenticare che Modena, insieme con Monza all’epoca l’unico impianto permanente del nord Italia (Misano fu inaugurato nel 1972) ospitava spesso e volentieri i collaudi di MV Agusta, Harley Davidson, Ducati e Benelli. Fu proprio a Modena che Jarno Saarinen provò le Benelli con cui battè Ago nella sua estemporanea esperienza con la casa pesarese sul circuito di casa, lo stradale di Villa Fastiggi. E come dimenticare le tre edizioni, dal 1971 al 1973, della 500 chilometri? Una gara a coppie con moto rigorosamente derivate di serie (qualcuna aveva la... targa), in una competizione seguitissima. Memorabile l’edizione 1972, disputata sotto una pioggia torrenziale che costrinse gli organizzatori, a gara in corso, ad armarsi di piccone per demolire il cordolo interno della ‘esse’ dopo il traguardo per far defluire l’acqua che aveva formato un autentico lago. Ce ne sarebbero tante da raccontare: ad esempio che Modena fu la prima volta europea in cui Agostini, nel 1974, gareggiò sulla Yamaha dopo aver clamorosamente divorziato dalla MV nell’inverno precedente; oppure l’incredibile incidente di Bonera nelle prove del 1975, quando la seconda guida MV urtò col ginocchio sinistro, in piena accelerazione, una balla di paglia. Urto violentissimo, ma il centauro milanese non cadde: il problema è che si fratturò un femore e arrivò in sella fino alla fine del rettilineo del Campale, dove era piazzata una delle ambulanze, per salirci direttamente sopra senza arrivare fino ai box. Ma veniamo all’ultima corsa, quella del 21 marzo 1976: la giornata di sole non copre la malinconia di chi sa che non ci sarà più un altro gran premio negli anni successivi. La gente è tanta, si parla di sessantamila persone. Nella 50 vince l’esordiente Mischiatti dopo il ritiro del modenese Lusuardi; la 125 va a Pier Paolo Bianchi, che sarà mondiale, in sella alla Morbidelli: nella 250 si impone il nostro Walter Villa, che dopo una scivolata che gli fa perdere una ventina di secondi rimonta e trionfa: nella tre e mezzo trionfa il forlivese Otello Buscherini, che morirà due mesi dopo al Mugello in una tragica edizione del ‘Nazioni’. E poi arriva il clou, la 500.

Agostini, dopo il ritiro della Yamaha, rileva il reparto corse della MV e torna in sella al suo primo amore, e vince davanti al semisconosciuto, ancora per poco, Lucchinelli, e al giornalista pilota Nico Cereghini. Giornalista pilota, perchè era ancora l’era dei piloti gentlemen, appassionati più che professionisti, che nell’italiano potevano gareggiare accanto ai campioni affermati: un’era che finisce proprio con la pista di Modena, quella che tanto piaceva ai piloti. Due anni dopo un ultimo sussulto, quando Villa e Lusuardi ottengono a fatica il permesso per provare, con la gente rigorosamente lontana, le loro HD in vista del mondiale. Ma il destino della pista è già segnato, e nell’odierno parco Ferrari, a parte la vecchia torre di controllo degli aeroplani, nessuna traccia è rimasta. Peccato.

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