L’ergastolo a Sangare, la soddisfazione e le lacrime della famiglia di Sharon Verzeni: “Il nostro grazie alla giuria e ai magistrati, non poteva che finire così”
L'abbraccio tra Bruno Verzeni, padre di Sharon Verzeni, e il pm Emanuele Marchisio
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Bergamo, 25 febbraio 2026 – Una sentenza che era attesa, auspicata ma fino all’ultimo non scontata. La condanna all’ergastolo inflitta a Moussa Sangare per avere ucciso a coltellate la notte a cavallo fra il 29 e il 30 luglio 2024 a Terno d’Isola Sharon Verzeni è stata accolta con soddisfazione dai famigliari della giovane donna. E le prime reazioni, nei minuti successivi al verdetto, non potevano che essere quelle dei genitori e della sorella di Sharon. Improntate dalla contentezza per un verdetto che accoglie tutte le richieste, aggravanti comprese, accolte dal pm Emanuele Marchisio.
È stata Melody, a prendere la parola a nome della famiglia: “Abbiano confidato fino all'ultimo che l'imputato riconoscesse il suo efferato delitto – ha detto Melody –. Questo purtroppo non è successo e ciò non fa altro che aumentare la sua pericolosità. Auspichiamo che il tempo concessogli possa almeno fargli capire il male che ha commesso".
"Ringraziamo – ha proseguito – la Corte d'assise per il giudizio giusto e obiettivo pronunciato con questa sentenza. Non ci dimenticheremo del lavoro svolto dal pubblico ministero, dai carabinieri, di quanti hanno lavorato per fare emergere la verità". "Una ultima cosa la diciamo a Sharon: sarai sempre viva nei nostri cuori, che sei con noi tutti i giorni" ha concluso. Dalla famiglia – il padre di Sharon e Melody ha abbracciato il pubblico ministero – sono arrivate parole di ringraziamento nei confronti dei magistrati e della giuria.
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"Abbiamo almeno avuto la soddisfazione di aver giustizia, altrimenti sarebbe stato ancora peggio – ha detto visibilmente commosso il compagno di Sharon, Sergio Ruocco –. Abbiamo almeno avuto la soddisfazione di aver giustizia, altrimenti sarebbe stato ancora peggio". Il papà Bruno Verzeni, la mamma Maria Teresa Previtali, i due fratelli Melody e Cristopher e il fidanzato Sergio hanno sempre partecipato a tutte le udienze del processo.
“Dall’assassino di Sharon neppure una parola di scuse. Oggi sarebbe sposata, l’avrei portata all’altare con la cravatta che ho messo al funerale”
Tranquillo e impassibile
La legale di Moussa Sangare, Tiziana Bacicca, ha dal canto suo preannunciato quella che era una mossa scontata, quasi “dovuta”: il ricorso in appello. Il nuovo difensore, nominato al termine della discussione delle parti a gennaio, aveva depositato una memoria difensiva, "in cui riesaminavo tutte le prove. Oggi in aula ho chiesto l'assoluzione e in subordine di escludere tutte le aggravanti, ma non è stato riconosciuto nulla", racconta. Sangare – che si è sempre proclamato innocente e ha parlato della presenza di un altro uomo che lui stesso avrebbe visto litigare la sera del delitto con Sharon – è rimasto "tranquillo" dopo la lettura della condanna, dal momento che "aveva già sentito la richiesta all'esito della requisitoria del pm e anche io in carcere l'avevo preparato a questa evenienza", riferisce l’avvocata.
Sharon “scelta a caso”
Sangare, 31enne residente a Suisio assieme alla madre e alla sorella, nato in Italia da una famiglia del Mali, fu fermato un mese dopo la morte della 33enne di Terno d’Isola dai carabinieri del Nucleo investigativo di Bergamo. Confessò per tre volte di avere ucciso la ragazza scegliendola a caso, seguendo “un'onda emotiva”, un “feeling”, per poi ritrattare nel corso del processo e negare ogni responsabilità. Nel luglio 2025 Sangare era stato condannato a 3 anni e 8 mesi per maltrattamenti continuti e ripetuti nei confronti della madre e della sorella.
La condanna per maltrattamenti
Un mix di insulti, scatti di violenza e aggressioni fisiche – fra l’aprile 2023 e il maggio 2024 – nei confronti della sorella Awa, studentessa di ingegneria di 24 anni, che si era rivolta anche alle forze dell’ordine; e della madre, Kadiatou Diallo, 65 anni, che colpita da un ictus e incapace di parlare e muovere un braccio, veniva presa a spintoni. Moussa urlava, lanciava oggetti, spaccava tutto ciò che gli capitava tra le mani. Una profonda, grave e pericolosa patologia psichiatrica che ha fatto da preludio, purtroppo, a quanto poi è successo a Sharon Verzeni: scelta “a caso” e uccisa a coltellate senza motivo.
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