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Don Roberto Malgesini, il beato degli ultimi. “Ma oggi lo abbiamo già dimenticato”

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23.03.2026

Don Roberto Malgesini

Per approfondire:

Articolo: Don Malgesini santo della porta accanto: gli ultimi, la multa, il coraggio del no. E Papa Francesco lo definì martireArticolo: Don Roberto Malgesini, via libera al processo di beatificazione del prete degli ultimi ucciso mentre andava a portare cibo ai poveri

"Vorrei annunciarvi una gioiosa e consolante notizia. Mi è giunta dalla Santa Sede, e precisamente dal Dicastero per le cause dei Santi, la facoltà di dare inizio al processo di beatificazione di don Roberto Malgesini». Sono le parole con cui il vescovo di Como, il cardinale Oscar Cantoni, ha annunciato il via libera dato dal Vaticano al processo di beatificazione del sacerdote di Como ucciso a coltellate il 15 settembre 2020 davanti alla sua parrocchia di San Rocco, «un martire della carità», come l’aveva definito Papa Francesco.

Il vescovo di Como Oscar Cantoni durante la messa in suffragio di don Roberto Malgesini

Chi era Don Roberto Malgesini

Aveva 51 anni, e stava caricando l’auto per portare, come ogni mattina, le colazioni alle persone senza fissa dimora, ed era stato aggredito alle spalle da Ridha Mahmoudi, tunisino ultracinquantenne, che era stato più volte aiutato dallo stesso don Roberto. Dal 2008, assieme a un gruppo di volontari che ruotava attorno alla parrocchia, portava avanti una incessante attività di assistenza a chi viveva per strada in condizioni di grande marginalità, privo di ogni punto di riferimento.

Il testimone raccolto

Don Giusto Della Valle, parroco di Rebbio, è rimasto l’unico, o uno dei pochi, a credere concretamente in questo senso di vicinanza, e portare avanti lo stesso senso di sacerdozio di don Roberto. "Mi è venuto subito in mente di fare un parallelismo con don Renzo Scapolo e Renzo Beretta. Andrebbero messi in qualche modo assieme, pensare a un riconoscimento unico”. Ma soprattutto, don Giusto si interroga sul senso reale di tale riconoscimento: “Mi sono chiesto a cosa corrisponde la contentezza per questa proposta. A boria? A orgoglio? Avere un altro beato potrebbe essere una nuova cosa di cui vantarsi, ma a cosa serve? Per avere un senso, il riconoscimento al suo operato deve tradursi in esempio. Deve essere non solo un onore, ma un onere da tenere presente”.

Il parroco di Rebbio si riferisce alle sue azioni quotidiane, al suo impegno che lasciava un segno. «Bisogna ricordare l’attenzione alle persone che ha avuto, l’energia che ha sempre messo in quello che faceva. Era il vero modello cristiano del buon pastore che si prende cura delle persone. Lui aveva una timidezza che non gli consentiva di provocare con le parole, era solo un fare, e la sua azione politica non è passata nella città di Como e nella Diocesi».

L’indifferenza

Una città che non ha fatto tesoro del suo modello, prosegue don Giusto: “Le case vuote sono un esempio: ci sono tante persone che hanno bisogno, ma case vuote e non assegnate. Riservare attenzione a don Roberto significa impegnarsi per cambiare le cose, perché la carità è un dovere di giustizia”. E conclude: “Il mio augurio è che questa cosa faccia smuovere gli ingranaggi. Come società civile, in questi anni Como è sempre più retrocessa, sta andando sempre più indietro anziché avanti. L’idea di beatificazione di don Roberto deve collocarsi concretamente nel nostro sistema sociale. A cosa serve una beatificazione se continua a mancare la visione sociale? Se non ci si chiede cosa avrebbe fatto lui, cosa avrebbe voluto. Se non si agisce nel suo insegnamento?”.

 

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