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Re-immaginare la pace, le nostre tre voci per un’unica speranza

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09.03.2026

Nataliia Kavetska ( a sinistra), Noa e Pegah Moshir Pour

Per approfondire:

Articolo: La guerra non libera le donne. Dal regime iraniano alla strage della scuola, i diritti non nascono dalle crisi

I diritti non si conquistano con le bombe. Partiamo da queste parole per raccontarvi un 8 marzo scandito dalle guerre. Eppure le donne sanno guardare oltre, tengono salda la speranza. E proprio quella è la parola più usata negli interventi che pubblichiamo qui sotto. Un “atto politico minimo e radicale” la definisce l’attivista iraniana Pegah Moshir Pour. E sono un inno alla vita anche le parole della mediatrice culturale ucraina Nataliia Kavetska e della cantante israeliana Noa. Che da Firenze, culla del Rinascimento, è tra i protagonisti di un progetto che vede israeliani e palestinesi insieme. ’Re-imagine peace’, per ribattere alla guerra.

Dodici anni di guerra e una grande lezione: anche la mia è vita

Il tempo passa velocemente. A volte mi guardo intorno e, in un attimo, l’autunno diventa primavera e sono già passati dodici anni. Dodici anni di paura, di dolore, di morte, di speranza e gratitudine, di passione per la vita, di amore, dodici anni di guerra. La guerra. Non c’è niente di più orribile. Eppure, purtroppo, a volte è proprio attraverso la guerra che iniziamo ad apprezzare le cose giuste, a cercare di vivere davvero. Ma perché è così? Perché così tante volte abbiamo ignorato le storie dei nostri bambini? Perché abbiamo fatto colazione in fretta? Perché non abbiamo trovato il tempo di chiamare i nostri genitori? Perché abbiamo cercato di avvicinarci agli altri solo quando abbiamo perso qualcuno? Perché non siamo riusciti ad amare e rispettare noi stesse? Ci sono tante domande e non c’è una sola risposta. Solo adesso sto provando a sentire la vita in ogni momento, anche sotto le bombe, anche in cantina. Solo adesso provo a catturare le gocce di pioggia e a osservare il tramonto, a godere del sorriso delle persone più care. Non ci sarà un’altra occasione: non scrivete la vostra vita su una bozza. Vivere senza sapere come, senza un piano, vivere attraverso il dolore, vivere con un grande amore.

Nataliia Kavetska

mediatrice culturale ucraina

Donne in guerra

Ebrei e palestinesi tra gli affetti più cari: soffro, ma cerco la luce

Questo 8 marzo mi trovo a Firenze prer lavorare a ’Re-imagine Peace’, incontro fra attivisti, filosofi, scrittori, artisti, mediatori, guide religiose e chef. Israeliani e palestinesi insieme. Una manifestazione di pace sostenuta dalla sindaca Funaro. Sono preoccupata per la mia famiglia in Israele e i miei amici in Medio Oriente: ho amici palestinesi in Cisgiordania e a Gaza. Preoccupata per Libano e Siria, per l’Iran e il suo popolo. La mia attenzione è enorme come il mio dolore. Non solo il mio, ma quello di ogni madre per ogni figlio. Questa guerra è a un livello diverso. Ci sono enormi forze in gioco e siamo pedine su una grande scacchiera, manipolate da uomini di potere che hanno ogni tipo di interesse. Non il nostro. Noi vogliamo solo vivere. Consiglio di essere solidali con chiunque soffra, pianga, abbia paura. Siate solidali con la ’famiglia umana’: meno giudizi, più compassione e amore. Lavorate su progetti che creino luce e speranza. Sosteneteli. Le cose in cui crediamo, che diciamo, mostriamo, creano la realtà. Il mio progetto è Re-imagine Peace. Spero che diventi un movimento internazionale per reimmaginare la pace: l’11 e il 12 luglio inizierà a Firenze. Invito tutti a unirsi. Con compassione, gentilezza, rispetto e amore.

Noa

cantante israeliana

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Per il regime la libertà è una colpa: sperare è un atto politico

L’8 marzo, in Iran, non è una ricorrenza ma è il nome di una contraddizione. Per una giovane donna iraniana, vivere significa esistere dentro un ordine politico che le chiede di sparire senza mai scomparire del tutto: di essere presente come corpo da regolare, ma assente come soggetto libero. Il regime non governa soltanto le strade, le università, le piazze. Governa il confine invisibile tra ciò che una donna può essere e ciò che deve rinunciare perfino a immaginare. Per questo la questione femminile, in Iran, non è un tema tra gli altri: è il luogo in cui il potere mostra la propria verità più nuda. Controllare le donne significa decidere la forma morale dell’intera società. Ma è proprio in questa pressione che nasce la frattura. Una giovane donna vive nella paura, certo, ma anche nella lucidità di chi sa che l’obbedienza non salva ma la prolunga soltanto l’umiliazione. La speranza, allora, non è consolazione. È una disciplina interiore, un atto politico minimo e radicale: rifiutare che la violenza diventi destino. E continuare a pensarsi libera, anche quando tutto è costruito per trasformare la libertà in colpa, il desiderio in minaccia, la vita in una lunga pedagogia della rinuncia.

Pegah Moshir Pour

attivista e scrittrice iraniana

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