“Donald spalle al muro. E il tycoon è inebriato dalle capacità militari Usa”
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump
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SeguiciRoma – L’utilizzo della forza a tutto campo contro infrastrutture civili da parte del presidente Trump in Iran equivarrebbe metaforicamente al passaggio del Rubicone. Un punto dal quale non si riuscirà a tornare indietro facilmente.
Stefano Stefanini, diplomatico di lungo corso e attualmente consigliere scientifico dell’Ispi, ha spiegato perché un attacco massiccio che prendesse di mira le infrastrutture civili avrebbe conseguenze pesanti non solo sulla regione, ma anche sulla compattezza dell’Occidente.
L’ambasciatore Stefano Stefanini
Ambasciatore Stefanini, Teheran ha chiuso tutti i canali di comunicazione con gli Stati Uniti mentre scade l’ultimatum di Trump. Che valore ha questa mossa?
"È un segnale molto chiaro: l’Iran ha deciso di non accettare l’ultimatum e di non presentare nuove proposte. La palla torna completamente nel campo di Trump. O dà seguito alle minacce oppure sceglie un rinvio o una soluzione di compromesso. Teheran, in sostanza, lo mette con le spalle al muro”.
L’Iran non può competere dal punto di vista militare né con gli Stati Uniti, né con Israele. Eppure non sembra intenzionato a cedere. Siamo davanti a una sorta di Davide contro Golia?
"Solo in parte. L’Iran è militarmente inferiore e sta subendo una pressione significativa, con capacità di risposta limitate. Tuttavia, riesce a negare agli Stati Uniti l’obiettivo politico che si erano posti, cioè imporre le proprie condizioni. È questo il punto: debole sul piano militare, ma ancora rilevante su quello politico”.
Se Trump scegliesse la linea dura, cosa dobbiamo aspettarci?
"Con ogni probabilità un attacco americano pesante. Non credo che gli Stati Uniti possano distruggere completamente le infrastrutture iraniane, sarebbe impossibile. Ma un’azione militare significativa, che colpisca anche obiettivi civili, è plausibile, anche solo per dimostrare coerenza rispetto alle minacce. La conferenza stampa di domenica sera, per chi abbia avuto la pazienza di guardarla e ascoltarla, ha mostrato un Trump inebriato dalle capacità militari degli Stati Uniti, di cui ha parlato come se si trattasse di un video game: è convinto che non ci siano limiti a quanto può ottenere col loro uso. Questo gli dà una suprema fiducia nella forza a scapito della trattativa”.
Questa guerra ha costi anche per Washington, soprattutto con le elezioni di midterm in avvicinamento. Quanto può durare?
“È difficile dirlo. Ma il costo per gli Stati Uniti è già elevato. Se l’intervento dovesse configurarsi come una violazione del diritto internazionale, il danno sarebbe molto più ampio di una semplice sconfitta elettorale. Parliamo di perdita di credibilità e statura internazionale”.
Chi potrebbe avvantaggiarsi di questa perdita di credibilità americana?
"Nell’immediato, credo nessuno. Un’escalation destabilizza l’economia globale e mette in crisi gli equilibri internazionali. Nel medio periodo, però, i beneficiari sarebbero i rivali strategici degli Stati Uniti, in particolare Cina e Russia”.
Anche alla luce del ruolo di mediazione del Pakistan?
"Il Pakistan si è mosso con una certa autonomia, pur avendo alle spalle Pechino. È la regione nel suo complesso a soffrire maggiormente. Ma se Trump dovesse davvero ‘scatenare l’inferno’, il risultato sarebbe una frattura profonda dell’Occidente. Non ci sarebbe più un blocco coeso, ma un sistema frammentato di medie potenze, con gli Stati Uniti percepiti sempre più come un attore fuori dagli schemi”.
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