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Siete sfiniti dalle notizie di guerra e le scrollate via? È la war fatigue, disagio e impotenza per il dolore degli altri

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03.06.2026

Tre anni di guerra in Sudan: sono 17 milioni i bambini senza assistenza sanitaria

Per approfondire:

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La chiamano war fatigue: è la stanchezza emotiva che colpisce chi, ogni giorno, è esposto a immagini e notizie di guerre, crisi umanitarie e sofferenze diffuse, fino a sviluppare una sorta di meccanismo di autodifesa che rende sempre più difficile reagire. Eppure gli italiani non sono indifferenti. Secondo l'indagine realizzata da AstraRicerche per UNHCR su un campione di mille persone, il 73% entra quotidianamente in contatto con notizie su conflitti ed emergenze, ma quasi un intervistato su due (47,5%) manifesta forme di distacco emotivo e il 59% ammette di "scorrere via" i contenuti più drammatici per proteggersi dal sovraccarico emotivo. Nonostante ciò, sette italiani su dieci dichiarano di aver compiuto almeno un'azione concreta, anche se molti non sanno come trasformare empatia e partecipazione in un sostegno efficace.

L'intervista a Cosimo Finzi

Di questi temi parliamo con il direttore dell'Istituto di ricerca AstraRicerche, che ha condotto l'indagine per conto di UNHCR.

Direttore, prima di entrare nei risultati, come è stata realizzata questa ricerca?

"Si tratta di una ricerca online realizzata su un campione rappresentativo della popolazione italiana per genere, età e area geografica. Oggi le indagini quantitative si svolgono prevalentemente sul web e consentono non solo di raccogliere opinioni, ma anche di testare immagini, campagne e contenuti visivi. Nel caso di UNHCR l'obiettivo era comprendere il rapporto degli italiani con le crisi umanitarie e le reazioni che queste suscitano."

L’indagine condotta per Unhcr mostra che gli italiani sono emotivamente coinvolti ma quasi uno su due si distacca. Come si rompe questo circolo vizioso senza chiedere alle persone uno sforzo emotivo insostenibile?

“Due terzi, circa il 68%, reagiscono con sofferenza empatica passiva: provano tristezza, dolore e compassione, ma non agiscono. Quasi la metà, il 48%, prova invece “personal distress”: si sente colpito e stressato. Questi atteggiamenti ostacolano il “voglio aiutare”, che si divide in due aree: il vero desiderio di aiutare (31,4%) e la rabbia, che però raramente porta all’azione. Il punto cruciale è il racconto vero, quello di chi ha vissuto o vive l’emergenza umanitaria o supporta le persone fragili. È un dato fondamentale della ricerca. Negli ultimi anni, si è giustamente parlato del ruolo dell’emozione nella comunicazione, ma l’eccesso ha portato a uno stress cognitivo: siamo sommersi da messaggi emozionali e non riusciamo ad essere davvero attivati. La comunicazione ibrida unisce l’emozione del racconto vero in prima persona alla sua concretezza: “Io ho vissuto questo" o "ho aiutato persone che hanno vissuto questa realtà”. Un’altra risposta emotiva scatta vedendo “un breve servizio televisivo”. La parola chiave qui è breve, una sfida in un mondo di sovraccarico informativo. Riuscire a comunicare bene, senza sempre puntare sull’emozione – utile, ma non sempre necessaria – ma su aspetti più concreti e veri, che scaldano il cuore perché trasmettono la realtà, è fondamentale visto che si spostiamo sempre più verso una comunicazione visuale (immagini, video) e meno concettuale (testi). Far parlare i protagonisti è essenziale per rompere questo circolo vizioso e superare il blocco”.

Sette italiani su dieci dicono di aver "fatto qualcosa" per aiutare ma una parte importante non sa come agire. Manca informazione o fiducia nelle organizzazioni? E cosa risponde a chi si sente impotente?

“Non parlerei di mancanza di fiducia. Bisogna però distinguere tra discutere, condividere e agire. Passare dal........

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