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In 5 mesi nessun educatore per il figlio con disabilità: il doppio appello di mamma Silvia

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23.02.2026

La battaglia di mamma Silvia

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Bergamo – Cinque mesi non sono stati sufficienti per trovare un educatore che possa e che sappia stare con Jacopo, un ragazzo di 22 anni nello spettro autistico e iperattivo. Il problema in questo caso è doppio. Alla carenza generalizzata di educatori se ne aggiunge, infatti, una specifica: quella di educatori specializzati nel relazionarsi alle persone nello spettro autistico. Doppio è anche l’appello di Silvia Galimberti, madre di Jacopo e presidente dell’Associazione San Paolo in Bianco: «Chiedo alla Regione Lombardia di rivedere i criteri per il reclutamento del personale che può lavorare a domicilio con le persone con gravissima disabilità: oggi sono troppo restrittivi e non sempre aiutano chi, al di là della laurea, si è costruito una formazione nell’autismo. Agli educatori chiedo invece di farsi avanti, di mettersi in gioco, di conoscere l’autismo da vicino». Con ordine, allora.

La storia e l’impegno di Jacopo

A Jacopo è stato riconosciuto il diritto di beneficiare del voucher sociosanitario previsto dalla B1, una misura regionale rivolta alle persone con gravissima disabilità. Grazie alla B1 per 4 ore alla settimana, insieme ad un’educatrice che lo raggiunge a casa, lavora alla scoperta e al mantenimento delle proprie capacità e delle proprie autonomie. Ne ha parecchie: tre pomeriggi alla settimana, insieme ad altri ragazzi con disabilità e ai volontari di San Paolo in Bianco, consegna agli anziani i libri del sistema bibliotecario di Bergamo o i biglietti di auguri rivolti di volta in volta dal parroco a chi fa parte della comunità. Poi distribuisce le locandine del cinema di un oratorio, una o due mattine alla settimana si dedica agli orti condivisi e, infine, una mattina al mese si mette all’opera in un negozio.

Un progetto personalizzato (a rischio)

«Mio figlio ha un progetto di vita personalizzato che è stato costruito e pensato nel tempo, attraverso il suo coinvolgimento in diverse esperienze appena finita la scuola. Jacopo – rimarca Silvia – sta nei contesti che ha scelto». Questo non è né poco né scontato. Il percorso con l’educatrice sta in questo puzzle, dove tutto è stato costruito passo dopo passo. È chiaro, allora, quali possano essere i rischi dell’interruzione di questo percorso per Jacopo. E quali i disagi per sua madre. Ma il rischio di un’interruzione si fa di giorno in giorno più reale: «L’attuale educatrice – spiega Silvia – ha comunicato il 25 settembre che da marzo sarebbe andata in maternità e non avrebbe più potuto seguire Jacopo. Io e la cooperativa sociale per la quale lavora questa educatrice ci siamo mosse immediatamente per cercare un’educatrice o un educatore che potesse sostituirla ma dalla fine di settembre a oggi non ne abbiamo trovati. Il punto è che abbiamo bisogno di un educatore che sappia o che davvero voglia lavorare con un ragazzo autistico di livello tre. Non se ne trovano e, soprattutto, non se ne trovano di adeguati a relazionarsi con ragazzi nello spettro autistico».

Marzo è vicino: «Non so che fare – confessa Silvia –. Mia madre Luisa è l’unica a supportarmi nel welfare familiare, ma ha 80 anni. Se non si trova un’educatrice non ho altri sui quali fare affidamento. In questi anni ho dovuto rinunciare ad un contratto a tempo indeterminato e ripiegare su un part-time: non vorrei uscire dal mondo del lavoro». Jacopo nel frattempo «si sente in colpa e questa situazione di incertezza gli provoca momenti di paura e ansia». Da qui il doppio appello di Silvia: «Alla Regione chiedo di fissare requisiti più ponderati e più estensivi per il personale della B1: la laurea in Scienze dell’Educazione non sempre è l’unico titolo da considerare. Agli educatori, invece, chiedo di farsi avanti: impareranno molto».

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