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Il giallo di Gianluca Bertoni, quel boss col montone e la discoteca: “Mi disse: vogliono ammazzarmi”

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14.03.2026

Gianluca Bertoni, ucciso a soli 22 anni. L’ombra della mala sul suo caso

Per approfondire:

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Somma Lombardo (Varese), 14 marzo 2026 – Dodici faldoni gonfi di carte, monumento di un’inchiesta infinita, fra Busto Arsizio e Varese. È la storia giudiziaria dell’omicidio di Gianluca Bertoni, 22enne studente di Veterinaria, figlio unico di un’ottima famiglia di Somma Lombardo, scomparso la sera del 7 dicembre 1990, ritrovato l’11 gennaio del ‘91, ucciso con un violento colpo al capo, incaprettato, avvolto in un sacco della spazzatura e abbandonato nelle acque del lago Maggiore, a Ranco.

Task force giudiziaria

Nel 2007 il procuratore della Repubblica di Varese Maurizio Grigo costituisce un gruppo di lavoro che si occuperà degli omicidi irrisolti e nel dicembre dell’anno dopo assegna il fascicolo Bertoni al pm Tiziano Masini. Il capo della Procura e il sostituto si immergono nelle indagini. Sulla scena del delitto Bertoni sono entrati da tempo i collaboratori di giustizia. Sono testimonianze pesanti, per quanto fra loro contraddittorie.

Il “controllore” malavitoso

I vicini di casa dei Bertoni notano alcune auto, nei giorni che precedono e in quelli che seguono la sparizione di Gianluca, e annotano le targhe. Una appartiene a un uomo conosciuto dalla polizia. Abita a Somma Lombardo, a pochi metri da un personaggio ritenuto il “controllore” malavitoso per il traffico di droga e altro. Quest’ultimo viene pesantemente evocato dai pentiti. Uno fa il suo nome per il caso Bertoni, abbinato ad altri due. Un altro collaboratore sostiene di avere ricevuto addirittura una confessione diretta, ma cambia i nomi dei due complici. Aggiunge che il presunto boss “andava sempre in giro con un montone di colore scuro”. Un altro pentito parla di un montone che “indossava spesso”. Nella sua ultima serata di vita Gianluca Bertoni portava un giaccone di montone che non era stato ritrovato sul cadavere.

La pagina del Giorno sulla scomparsa del ragazzo

La ragazza contesa e la lite in discoteca

Ma che relazione poteva esserci fra la limpida esistenza dello studente e la mala locale? Un collaboratore indica come causa dell’omicidio “una ragazza coetanea” di Gianluca che “all’epoca frequentava intimamente” sia lui sia il figlio di una una famiglia malavitosa. In un successivo interrogatorio ne parla come di “uno dei motivi scatenanti” dell’omicidio. In una fotografia riconosce la ragazza che anni prima ha rivolto false accuse a due fratelli per la morte di Gianluca. C’è da chiedersi come vanno lette le dichiarazioni convergenti su una lite del ragazzo in una discoteca di Vergiate. Drammatica quella di un dipendente: “Il Gianluca si presenta pallido e impaurito. Al che io gli chiedevo che cosa facesse ed egli mi rispondeva, dopo vari tentennamenti, che vi erano in macchina due persone che volevano ammazzarlo".

Tre in carcere, ma le accuse non reggono

Nove indagati. Per tre, il 13 aprile del 2010, il giudice delle indagini preliminari di Varese, Elena Ceriotti, firma un’ordinanza di custodia in carcere. “L’assunto accusatorio si fonda prevalentemente sulle dichiarazioni dei pentiti”, per poi precisare che non esiste una “ragione processualmente accertata per negare credibilità ai dichiaranti”. I tre vengono scarcerati dopo gli interrogatori. Il mosaico non riesce a comporsi. Risultano distrutti la pietra ovale utilizzata come zavorra per il sacco, la corda di nylon, il lucchetto, la catena d’acciaio. È anche la resa della scienza. Il Ris di Parma comunica che il frammento di impronta rimasto sul nastro adesivo che avvolgeva il sacco “si è dimostrato di ridottissima estensione, con un numero limitato di linee papillari e quindi non può essere utilizzato per confronti identificativi”.

Approfondisci:

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L’archiviazione

Il 23 settembre 2017 la Procura varesina chiede di archiviare la posizione degli indagati, saliti a dodici. Bisogna attendere oltre cinque anni, quando, il 5 gennaio 2023, il gip Giuseppe Battarino firma l’archiviazione con un decreto dove si osserva che “il quadro indiziario avrebbe suggerito lo sviluppo tempestivo di ulteriori indagini”. Ma la famiglia di Gianluca non si arrende.

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