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Lombardia radioattiva: l’eredità di Chernobyl c’è ancora (ma non preoccupa). Il vero pericolo è il radon

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L’eredità di Chernobyl e il radon Lombardia, minaccia radioattiva Quarant’anni fa l’incidente nucleare in Ucraina: nella regione ancora tracce nei campioni di cibi e aria

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Milano, 26 aprile 2026 – Chernobyl “compie“ quarant’anni. Era il 26 aprile 1986 quando, in seguito a un collaudo di sicurezza, esplose il reattore 4 della centrale nucleare in Ucraina, allora Repubblica Socialista Sovietica. L’Europa e il mondo affrontarono così il più grave incidente nucleare della storia. Anche l’Italia dovette affrontare il rischio radiazioni, che, quarant’anni dopo, continua ad essere monitorato. La Lombardia non fa eccezione.

Gli alimenti

L’ultimo rapporto di Arpa Lombardia 2025, l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, spiega che nel 32% dei campioni di prodotti alimentari è stata individuata la presenza in tracce di Cesio 137 ancora riconducibile alle conseguenze dell’incidente di Chernobyl; questi 54 campioni sono relativi a selvaggina (cinghiale), funghi e pesci di lago. Il massimo valore di concentrazione di attività pari a 707 Bq/kg è stato riscontrato in un campione di funghi spontaneo ( un dato sopra il livello di riferimento del regolamento europeo di 600 Bq/kg).

Poiché le quantità di funghi consumate sono modeste rispetto ad altri alimenti, la dose assorbita associata al consumo di funghi con tali valori di cesio 137 risulta trascurabile e insignificante dal punto di vista radioprotezionistico.

Le analisi di radioattività sui campioni d’aria hanno evidenziato anche la presenza in 3 campioni di particolato atmosferico di cesio 137 (valore massimo pari a 1,6 microBq/m3), con concentrazioni non rilevanti per la salute, attribuibili ancora alle conseguenze dell’incidente in Ucraina. L’ombra del disastro del 1986 continua, quindi, ad esser presente anche in Lombardia, a distanza di quasi mezzo secolo, seppur senza rischi rilevanti per la salute.

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Il pericolo invisibile

Il rischio radioattività, tuttavia, persiste anche nella regione e arriva da un “nemico“ molto più vicino, ovvero il radon, gas naturale che si sviluppa in ambienti chiusi ed è la seconda causa riconosciuta di tumore polmonare dopo il fumo di sigaretta.

Secondo il piano nazionale radon 2023-2032,  su 5.755 ca si annui di tumore polmonare in Lombardia, il 15% sono attribuibili all’esposizione al radon nelle abitazioni, la percentuale più alta rilevata insieme a quella misurata nel Lazio.

In regione, del resto, i livelli medi di questo inquinante di origine naturale sono tra i più alti d’Italia: sono 90 i Comuni classificati in area prioritaria (presenti per lo più in zone di montagna), perché la stima della percentuale di edifici che supera il livello di 300 Bq/m3 è superiore al 15%.

Come ricorda Arpa Lombardia, però, le aree individuate come “prioritarie“ non sono le uniche in cui il problema esiste, bensì quelle in cui si è ritenuto di dare una priorità agli interventi di sensibilizzazione, che devono essere estesi a tutta la regione. Poiché non esiste un valore soglia al di sotto del quale il rischio è nullo, ci si aspetta in realtà che il numero di casi di tumore al polmone attribuibile al radon sarà maggiore nelle aree più densamente abitate che sono ubicate nella fascia di pianura, anche se in queste zone le concentrazioni di radon indoor sono mediamente più basse.

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