Emergenza petrolio, salvagente smart working: l’ipotesi modello Covid per ridurre i consumi dopo lo stop di Hormuz
Una donna in smartworking
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SeguiciMilano – Sanzioni per i datori di lavoro che non informano in modo corretto lavoratori e lavoratrici in smart working. Da ieri, è in vigore la nuova norma che va a rafforzare un obbligo già esistente, rendendo l’informativa scritta non più una mera formalità. La nuova disciplina che introduce multe fino a 7.500 euro, però, è stata letta da più parti come un rafforzamento delle regole per garantire condizioni adeguate di sicurezza ai lavoratori e alle lavoratrici, in vista di un potenziale ricorso massiccio allo smart working, a fronte di un lockdown energetico. Con lo stretto di Hormuz chiuso e le riserve nazionali di energia non sufficienti per guardare con serenità al lungo periodo, il Governo studia un piano di emergenza che potrebbe portare a una riduzione forzata dei consumi di gas naturale, razionamento sull’uso dei condizionatori nella stagione estiva e, non da ultimo, un ricorso massiccio allo smart working, come fu durante il periodo del Covid.
Smart working (immagine di repertorio)
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L’emergenza del 2020 e la rivoluzione (che non c’è stata)
Oggi come allora sarebbe una misura di emergenza. Ma quanto siamo preparati? Rispetto al 2020 non siamo all’anno zero; tuttavia, sei anni dopo Covid, non c’è stata una “rivoluzione“ con lo smart working, tanto che l’Italia resta ampiamente sotto le percentuali europee di ricorso al lavoro agile. Secondo l’ultimo rapporto dell’Istat, pubblicato a febbraio, in Lombardia il 18,6% dei lavoratori ha lavorato a distanza almeno un giorno nelle quattro settimane precedenti la rilevazione censuaria, la percentuale più alta dopo il 21,5% del Lazio, e sopra la media nazionale del 17,1%. A fare da traino, le grandi città, grazie anche alla presenza di aziende e pubbliche amministrazioni più strutturate.
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A che punto siamo? Cosa dicono i dati
Secondo l’analisi del Centro di Ricerca sugli Enti Pubblici (Centro Rep) dedicata alla “Geografia del lavoro agile nella Pubblica amministrazione locale: il caso dei Comuni capoluogo di provincia“, nei Comuni capoluogo di provincia il 20,3% dei dipendenti a tempo indeterminato lavora in modalità agile. Il dato indica che lo smart working è ormai presente nelle amministrazioni locali, anche se non ancora pienamente consolidato come modello organizzativo diffuso. Tra i capoluoghi lombardi, Bergamo, Milano, Cremona, Monza e Como sono sopra la media nazionale (Bergamo arriva addirittura al 42,3%), mentre Sondrio, Pavia, Brescia, Lodi e Mantova sono sotto il 20%. Per rafforzare l’adozione di questa modalità di lavoro e ridurre le disparità territoriali, Centro Rep sottolinea l’importanza di intervenire su alcune leve fondamentali quali: potenziamento della digitalizzazione degli enti locali, sviluppo delle competenze organizzative e manageriali, integrazione del lavoro agile nella programmazione strategica e nei sistemi di performance, e maggiore supporto organizzativo alle amministrazioni di dimensioni più ridotte.
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