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Poca neve ma una pioggia di soldi pubblici: 260 milioni per salvare lo sci in Lombardia

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12.03.2026

Neve artificiale sparata con i cannoni: senza non sarebbe più possibile sciare in tantissime località

Per approfondire:

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Milano, 12 marzo 2026 – Poca neve, ma una pioggia di soldi per tenere aperti o aprire nuovi impianti di sci. In Lombardia si contano circa 240 impianti di risalita attivi in una quarantina di diversi comprensori turistici invernali: 675 chilometri di piste tra discesa e fondo, sparse tra Livigno, Bormio, Madesimo, l’Aprica, Santa Caterina, i Piani di Bobbio, la Valtorta, Val Brembana e Val Seriana.

Negli ultimi anni però sono stati chiusi anche 51 impianti, perché a quota troppo bassa, dove ormai non nevica più, oppure perché troppo piccoli e economicamente non sostenibili. Sono più del 20% degli impianti attualmente in funzione. Per tenere in vita anche a bassa quota o dove non nevica un modello di divertimento che sembra non reggere più, sulle alture lombarde sono stati spesi o stanziati quasi 260 milioni di soldi pubblici, attraverso finanziamenti e contributi statali, ma soprattutto regionale.

Neve naturale o tecnica: spesso nemmeno gli sciatori sanno distinguere

Il conto sfiora il mezzo miliardo se si conteggiano pure opere e investimenti olimpici. Lo racconta Luca Rota, esperto di montagna e scrittore di 54 anni di Lecco, in “Neve Diversa”, il dossier di Legambiente sul turismo invernale. L’elenco degli aiuti a chi gestisce gli impianti di sci è lungo: 2,7 milioni a Foppolo, 4 e mezzo a Colere per il rifacimento degli impianti di risalita; 25 per il comprensorio Adamello Sky per nuovi impianti e l’innevamento artificiale; 5 per tornare a sciare sul Monte San Primo nel Comasco; più di 10 per i Piani di Bobbio e Valtorta per nuovi impianti di risalita; oltre 10 milioni mezzo tra l’Alpe di Paglio, il Pian delle Betulle e i Piani di Artavaggio in Valsassina sempre per gli impianti e per l’innevamento; 25 milioni a Livigno; 10 all’Aprica, 20 a Madesimo.

Approfondisci:

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L’analisi

“La Lombardia “locomotiva d’Italia“, riguardo il comparto della montagna invernale, appare ancora lanciata a tutta velocità su un binario che, se non è già ora morto, sembra poggiare su una massicciata sempre più instabile che la pioggia di soldi riservata allo sci in qualità di presunta unica economia possibile per i territori montani non riesce affatto a rendere più robusta”, constata Rota. Restano da valutare gli effetti dell’eredità olimpica, forse “una delle ultime speranze alla quale lo sci lombardo e la sua filiera si possano aggrappare”.

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