L’amore virtuale è una vera truffa: ottiene ricariche per 9.300 euro, condannato l’impostore
La vicenda è finita in tribunale
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Varese, 18 aprile 2026 - L’amore ai tempi delle app può essere una trappola. La storia che arriva in tribunale a Varese comincia come tante altre: un ragazzo, giovane ma già segnato dalla vita, prova a rimettersi in piedi dopo un periodo difficile, l’invalidità, la depressione.
Così cerca conforto dove ormai lo cercano in molti: nelle chat, negli incontri virtuali. Su Evermatch compare lei: Sara, 20 anni, di Gallarate. Bionda, sorridente, disponibile. Insomma perfetta, forse troppo. Lui si fida, racconta, condivide. I messaggi diventano sempre più frequenti, più intimi. E l’amore, anche se virtuale, prende forma.
Poi arrivano i primi “problemini”. Piccole difficoltà economiche, imprevisti raccontati con naturalezza. Nulla di strano, se non fosse che la soluzione, guarda caso, è sempre la stessa: una ricarica. Poi un’altra e un’altra ancora. Lui paga, anche perché, nel frattempo, ha ricevuto una piccola eredità dopo la morte della madre. E quando si è innamorati – o si pensa di esserlo – aiutare sembra la cosa più naturale del mondo.
Il conto finale è meno romantico: 33 versamenti su una PostePay, oltre 9.300 euro in quattro mesi. Nel frattempo, gli incontri vengono rimandati: un impegno, un imprevisto, una scusa credibile. Sempre credibile. Finché le richieste diventano più insistenti. E più aggressive. Spuntano le minacce: se smetti di pagare, le foto finiscono in giro. Parentado compreso.
Ed è qui che l’amore si incrina. Anzi, si sgretola proprio. Perché Sara, in realtà, non è Sara, non è di Gallarate, non ha 20 anni. Dietro quel profilo si nasconde Mario S., 32 anni, di Isernia. Professione: truffatore. Specialità: relazioni su misura per persone fragili, costruite con pazienza, dosando attenzioni e richieste.
Il Tribunale di Varese lo condanna a 11 mesi di reclusione senza condizionale. Poi arriva la riforma Cartabia e la pena si trasforma: niente carcere, ma una multa da oltre 9.300 euro da pagare allo Stato, in 60 rate. Il ragazzo, intanto, trova il coraggio di parlare, prima con il padre, poi con le forze dell’ordine. Non si costituisce parte civile. Forse per vergogna, forse per stanchezza. Perché certe trappole, quando scattano, non fanno solo danni economici.
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