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I look (dimessi) di Sanremo: Sirena e Bomboniera per le donne, gli uomini in stile Boss delle cerimonie. Il trionfo dell’abito ‘corretto’

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Elettra Lamborghini, Ditonellapiaga, Carlo Conti e Irina Shayk

Sanremo – È ufficiale: il look di questa edizione è stato talmente dimesso che persino il viso di Carlo Conti, sembrava sbiadito. Sanremo è l’algoritmo che si è messo lo smoking. È il Paese che dice “siamo creativi” e poi si veste come se dovesse andare a firmare un mutuo con testimoni. E quando compare il bianco, non è liberazione, è un bianco sotto controllo, un bianco che ha già fatto il backup. Con la sensibilità di un condominio in assemblea straordinaria, il Festival è proposto con un’idea chiarissima: tutti in nero, al massimo in grigio o in colori smortissimi, che sono prudenza, assicurazione, i toni di chi ha paura che la vita faccia una macchia.

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E siccome l’Italia ama le tassonomie più della libertà, il guardaroba femminile sanremese si riduce sempre a due corsi universitari: Sirena e Bomboniera. La Sirena è la clessidra, la seta, il velluto, la scollatura studiata per farti credere che il desiderio sia un accessorio abbinabile. La Bomboniera è tulle, cristalli, strascichi e quell’aria da regalo importante che però poi non sai dove mettere in salotto. In mezzo, la terza via, quella che non avevamo chiesto ma ci hanno servito lo stesso: la “prudenza couture“. Buongusto ovunque, banalità anche. Il trionfo dell’abito “corretto”, che è un modo educato per dire “non lascia tracce”, come un colloquio di lavoro finito bene ma senza amore.

Carlo Conti apre con uno smoking blu notte, camicia bianca e papillon, sartoriale, perfetto. Questa cosa del conduttore impeccabile è rassicurante, certo, ma anche vagamente triste, come un cuscino appena battuto che nessuno abbraccia.

Laura Pausini arriva con look talmente in sicurezza che sembrano avere il doppio fattore di autenticazione cucito nell’orlo.

Poi c’è Arisa, e finalmente qualcuno mette in scena il bianco come un evento atmosferico. È bellissima, eh, ma la domanda resta pratica: come ci si respira, come ci si vive.

Ditonellapiaga, invece, fa una cosa rarissima: si diverte. Bustier, gonne corte, t-shirt ispirata alla canzone, e quella gioia un po’ pop, un po’ maleducata, che ricorda che Sanremo dovrebbe anche essere un carnevale e non solo un consiglio d’amministrazione con paillettes.

Mara Sattei sfodera bustier e gonna a sbuffo, e la bomboniera diventa punk educata.

Elettra Lamborghini oscilla tra Versailles e il souvenir shop di un sogno febbrile. Il confine tra il lusso sussurrato e l’allucinazione visiva si disintegra definitivamente quando arrivano gli ospiti internazionali.

Irina Shayk, icona globale di bellezza e modella corteggiata dalle più prestigiose case di moda del pianeta, appare sul palco con abiti da lavoro pesante da Cipputi, declinati in chiave oscuramente lussuosa. Quale stylist ha ritenuto appropriato vestire una top model come un turnista di Mirafiori negli anni Settanta?

Irina Shayk appare sul palco con abiti da lavoro pesante da Cipputi

Al contrario, Bianca Balti recita la parte della bambolina un po’ leziosa, quando invece ha grinta e coraggio da vendere.

Ma la vera commedia greca, quest’anno, la scrivono i maschi. L’Italia desidera uomini vestiti come invitati a un matrimonio dal Boss delle cerimonie. E infatti tornano doppiopetti, tuxedo, revers lucidi, la nostalgia dell’uomo “messo bene” che sembra pronto per una foto con il taglio della torta.

Tommaso Paradiso, Fulminacci, Michele Bravi e Fedez

Achille Lauro, l’ex “trap lord” della provocazione, gioca sicuro in un total look black or white. Ci manca col trucco e i denti d’oro. Ci manca chi osa. Invece no.

Ma il nuovo avanza. Un trionfo di pelle: pelle vera, non ecopelle, quasi a profetizzare molto di quel che si è visto alla fine delle sfilate milanesi. E soprattutto: la nuova creatura che non si estingue più, il bavero ricamato. Ma perché? Chi ha deciso che i revers doveva diventare un altare barocco, una siepe ornamentale, una pergamena di condoglianze ripiena di perline?

Se la moda femminile ristagna nella trita dicotomia tra l’asfissia e lo zucchero filato, l’evoluzione dell’abito da uomo si è fermata, ha fatto marcia indietro, e ha parcheggiato davanti a un locale malfamato della provincia desolata. E mentre cala il sipario su questa passerella di zombie della moda, una domanda sorge spontanea: ma se questo è il bello, se questa è la creatività italiana, non sarà il caso di rivalutare il ruolo della canottiera nel sociale?

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