La verità del conducente del tram deragliato: “Sono svenuto, non ero al cellulare”. Ma il racconto del collega pone nuovi dubbi
I soccorsi ai feriti dopo il deragliamento del Tramlink della linea 9 del 27 febbraio
Per approfondire:
Articolo: Tram 9 deragliato, il conducente chiede di essere interrogato. E ribadisce: “Svenuto per un malore, ora non voglio più guidare”Articolo: Tram deragliato a Milano, il conducente: “Svenuto da qualche minuto quando c’è stato l’impatto. La telefonata? Forse rimasta aperta”Articolo: La chiamata del tranviere al collega 6 minuti prima della tragedia. La difesa: “Non era al telefono prima del deragliamento”Milano – La telefonata “quando il tram era fermo”. Circa un minuto di conversazione con un collega per chiedergli come comportarsi nel caso in cui il dolore al piede fosse aumentato. Poi l’ultima fermata in piazza Repubblica, il malore improvviso, la mancata attivazione dello scambio in viale Vittorio Veneto e il deragliamento. Pietro Montemurro, il conducente del Tramlink della linea 9 che alle 16.11 del 27 febbraio si è schiantato contro un palazzo in zona Porta Venezia a Milano, ha dato la sua versione dei fatti ai pm Elisa Calanducci e Corinna Carrara e agli investigatori della polizia locale durante l’interrogatorio andato in scena ieri pomeriggio in Procura.
Il racconto di quei momenti
Assistito dagli avvocati Mirko Mazzali e Benedetto Tusa, l’autista sessantenne, indagato per disastro ferroviario, omicidio colposo e lesioni colpose, ha messo a verbale quello che sarebbe accaduto prima dell’incidente che ha provocato la morte di Ferdinando Favia e Okon Johnson Lucky e il ferimento di altri 54 passeggeri. Appena entrato in servizio in piazza Oberdan, Montemurro ha aiutato un disabile in carrozzina a salire sulla vettura 7707: durante quella manovra, si sarebbe procurato un trauma all’alluce sinistro nell’urto fortuito con la sedia a rotelle.
Pietro Montemurro
Con il passare dei minuti, le fitte si sarebbero fatte via via più intense. Così, dopo essere arrivato al capolinea in Centrale ed essere ripartito per percorrere il tragitto inverso con destinazione Porta Genova, il conducente ha contattato un collega al cellulare (e non la centrale operativa dall’apparecchio in cabina) tra viale Monte Santo e piazza Repubblica (“Quando il tram era fermo”) per spiegargli che si sentiva male e per chiedergli un consiglio sul da farsi. Poi il mancamento, che gli ha fatto perdere il controllo del 9: “È svenuto tenendo la leva e quindi facendo accelerare il tram – ha spiegato Mazzali –. Ha avuto come un buco nero e si è risvegliato dopo l’impatto”.
Il nodo della telefonata
Quanto è durato il colloquio? Più o meno un minuto, nella versione di Montemurro. Tuttavia, dai tabulati risulta una telefonata di 3 minuti e 40 secondi: “Quello che può essere successo è che la chiamata sia rimasta “aperta””, la possibile spiegazione dei legali. Seguendo questa ipotesi, la chiamata sarebbe quindi continuata per più di 2 minuti e mezzo senza che nessuno dei due interlocutori la interrompesse pigiando il tasto rosso sui rispettivi telefoni. Stando a quanto risulta, però, il collega di Montemurro, sentito prima dai ghisa del comandante Gianluca Mirabelli e poi dai magistrati titolari del fascicolo, avrebbe riferito di aver chiuso la comunicazione poco dopo la mancata risposta del sessantenne al suo saluto finale, quando si è reso conto che dall’altra parte non c’era più interazione (nonostante la linea fosse ancora aperta). Una sequenza che ridurrebbe di gran lunga l’intervallo temporale tra la fine della telefonata e il deragliamento (al massimo 12 secondi, secondo gli accertamenti) e che all’apparenza sembra inconciliabile con la ricostruzione di Montemurro.
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