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L’altra verità sul pusher ucciso dalla polizia a Rogoredo, dalla pistola fantasma all’ultima misteriosa telefonata: scappa, ci sono gli sbirri

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20.02.2026

Un poliziotto della Scientifica sul luogo della sparatoria e Abderrahim Mansouri

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Milano, 19 febbraio 2026 –  Se fino a qualche giorno fa era solo uno scenario caldeggiato dagli avvocati della famiglia della vittima, ora pare che il sospetto, anzi qualcosa di più, si sia fatto strada pure tra gli inquirenti: Abderrahim Mansouri non ha mai impugnato la pistola a salve che è stata ritrovata vicino al suo cadavere e che, nella versione dell’assistente capo Carmelo Cinturrino che gli ha sparato un unico colpo letale poco sopra la tempia destra, il ventottenne marocchino gli avrebbe puntato contro nel tardo pomeriggio del 26 gennaio in via Impastato.

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Ciò vuol dire che qualcuno avrebbe preso in un secondo momento la riproduzione senza tappo rosso della Beretta 92 e l’avrebbe sistemata accanto al corpo per sostenere la versione del quarantaduenne, vale a dire la reazione «per paura» a una sagoma armata nel buio. Una dinamica completamente diversa rispetto a quella narrata da Cinturrino, che sarebbe suffragata anche da un altro elemento: nel momento in cui Mansouri è stato ferito a morte o comunque poco prima, avrebbe avuto qualcos’altro in mano.

La telefonata misteriosa

Cosa? Un cellulare. Sì, perché, stando a quanto risulta, nei secondi immediatamente precedenti, l’uomo avrebbe ricevuto una telefonata da una persona che gli avrebbe detto: “Scappa, scappa, c’è la polizia”.

Poco dopo, la stessa persona avrebbe provato a richiamare Mansouri, senza avere risposta. Sarebbe questa, quindi, una delle prove «riscontrabili» che hanno consentito agli investigatori della Squadra mobile, coordinati dal pm Giovanni Tarzia, di datare con certezza il momento dello sparo; e allo stesso tempo di stabilire che sono passati 23 minuti prima della chiamata ai soccorsi. Un range temporale che dimostra che l’allarme sarebbe stato tutt’altro che tempestivo, per usare un eufemismo.

L’interrogatorio degli agenti

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Tutti elementi verosimilmente messi sul tavolo durante gli interrogatori dei quattro colleghi di Cinturrino, indagati con le accuse di favoreggiamento e omissione di soccorso. Interrogatori che sono iniziati ieri mattina in Questura e che sono andati avanti fino alla prima serata: il loro contenuto non avrebbe fatto altro che rafforzare l’ipotesi dell’omicidio volontario, per la quale l’assistente capo è già stato iscritto nelle prime ore per compiere tutti gli approfondimenti su dinamica e ricostruzione.

I poliziotti del commissariato Mecenate hanno deciso di rispondere a pm e colleghi della Omicidi: alcuni di loro hanno scelto di ritornare sulle dichiarazioni rese come persone informate dei fatti e di offrire un nuovo quadro della vicenda, allargando anche il discorso a una presunta gestione poco limpida da parte di Cinturrino dell’attività che gli era stata affidata. Ha parlato l’agente donna difesa dall’avvocato Massimo Pellicciotta, così come l’agente che stava alle spalle di Cinturrino, difeso dall’avvocato Matteo Cherubini: entrambi hanno «chiarito la loro posizione».

Per quanto riguarda il ventottenne, in particolare, la Procura gli avrebbe chiesto conto sia di quanto accaduto prima e dopo il ferimento di Mansouri sia dei suoi spostamenti successivi, visto che sarebbe stato lui ad allontanarsi dalla scena per recarsi in commissariato, per poi tornare in un secondo momento. Perché si è recato in ufficio? Per recuperare alcuni moduli per l’annotazione di servizio o per prendere qualcos’altro? Oltre alla nuova ricostruzione, che avvalora quanto adombrato dagli avvocati della famiglia del presunto pusher assassinato su una possibile messinscena, rilevanti saranno pure gli esiti dell’accertamento genetico sull’arma finta.

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