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La strategia variabile di Trump, il bivio dell’invasione di terra e lo spettro di Saddam

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Donald Trump e il team per la sicurezza nazionale durante i primi attacchi all'Iran nel club del presidente a Mar-a-Lago. Trump è accanto al capo staff della Casa Bianca, Susie Wiles, al segretario di Stato Marco Rubio e al direttore Cia John Ratcliffe

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Milano – I raid congiunti statunitensi e israeliani contro l’Iran, che hanno portato alla morte della Guida Suprema Ali Khamenei, rappresentano l’ultimo passo di quella che sembra essere una trasformazione profonda nel modo in cui Washington impiega la forza militare. A meno di due mesi dalla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, l’Operazione Epic Fury si configura come un nuovo esercizio di rimozione mirata del capo di Stato, senza un’invasione terrestre su larga scala.

Attacchi a Karaj (Iran), Beirut (LIbano) e Teheran

Se in Venezuela l’obiettivo appariva relativamente chiaro – pur tra molte incognite sul dopo –  nel caso iraniano non è affatto evidente che cosa si voglia ottenere. Le prime dichiarazioni del presidente Trump indicavano il cambio di regime come fine ultimo; il segretario alla Difesa Pete Hegseth e il Segretario di Stato Marco Rubio hanno poi ridimensionato questa lettura, parlando piuttosto di riduzione delle capacità militari iraniane. Tuttavia, le migliaia di attacchi che hanno continuato a colpire il Paese suggeriscono che l’obiettivo vada oltre la semplice rimozione del vertice politico, anche se la strategia complessiva resta difficile da decifrare.

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Tra dichiarazioni contraddittorie e segnali ambigui, una possibile chiave di lettura è che l’operazione punti a svuotare le capacità offensive dell’Iran, nella speranza che il regime cada e venga sostituito da una figura più cooperativa, magari proveniente dall’establishment stesso. Ma lo stesso Trump ha indebolito questa ipotesi, affermando prima di avere “tre ottime scelte” per guidare l’Iran e poi che i raid avevano “eliminato la maggior parte dei candidati”.

Un’altra interpretazione è più brutale: indebolire l’Iran a prescindere dall’esito politico, anche a costo di una guerra civile

Un’altra interpretazione è più brutale: indebolire l’Iran a prescindere dall’esito politico, anche a costo di una guerra civile. Questo spiegherebbe perché gli attacchi non abbiano colpito solo potenziali leader, ma anche l’Assemblea degli Esperti — l’organo incaricato di scegliere la Guida Suprema — con bombardamenti nella città religiosa di Qom.

La strategia di colpire il vertice senza occupare il terreno comporta rischi che i decisori americani sembrano sottovalutare. Interventi di questo tipo possono innescare una spirale che richiede un coinvolgimento crescente, diretto o indiretto. In Iran si discute già della possibilità che la Cia armi gruppi ribelli sul terreno, uno scenario che richiama pericolosamente l’intervento in Libia. Parallelamente, Washington valuta l’invio di ulteriori truppe nella regione.

In Iran si discute già della possibilità che la Cia armi gruppi ribelli sul terreno

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C’è poi il rischio politico e morale. Incoraggiare la popolazione iraniana a sollevarsi contro il regime potrebbe riprodurre un copione già visto. Nel 1991 George H. W. Bush invitò gli iracheni a “prendere in mano la situazione” contro Saddam Hussein. Molti lo fecero, ma gli Stati Uniti rimasero a guardare mentre il regime reprimeva l’insurrezione con decine di migliaia di morti. Se Washington spinge oggi verso nuove proteste, potrebbe trovarsi davanti a un bivio: intervenire con truppe di terra o abbandonare chi ha incoraggiato, lasciandolo alla repressione.

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Che cosa accadrà ora? Un primo scenario, plausibile nel breve periodo, è che il regime resti in piedi, forse più isolato ma anche più compatto. Nonostante i colpi subiti negli ultimi mesi – dagli attacchi di giugno 2025 alle proteste represse tra dicembre e gennaio – l’apparato di sicurezza è rimasto coeso e leale. I nuovi attacchi potrebbero indebolirne la determinazione, ma anche offrire al regime una giustificazione nazionalista per una repressione ancora più dura. In questo caso, gli Stati Uniti potrebbero dichiarare vittoria, come già fatto dopo i raid del giugno 2025, salvo scoprire — come allora — che si tratta di un successo effimero.

Il segretario dell'Energia Chris Wright con il presidente Usa Donald Trump

Un secondo scenario prevede la sopravvivenza del regime con una leadership più debole e più incline al compromesso, sul modello venezuelano. Tuttavia, gli esperti sottolineano che l’architettura di potere iraniana, radicata da oltre quarant’anni nelle istituzioni religiose, militari e politiche, rende questa ipotesi meno probabile. Il sistema non ruota solo attorno alla figura della Guida Suprema: esistono centri di potere autonomi la cui linea potrebbe non cambiare con la rimozione di Khamenei.

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Il terzo scenario è la caduta del regime. È quello che la retorica di Trump sembra evocare più esplicitamente, ma anche quello per cui esiste la minore preparazione. L’opposizione interna è frammentata e priva di una leadership unificante; imporre una figura dall’estero, come il figlio dell’ex Scià, richiederebbe probabilmente un’invasione terrestre. Il rischio maggiore è che il crollo del regime non apra la strada a una transizione ordinata, bensì al caos: lotte tra élite, frammentazione territoriale o una guerra civile su base etnica o regionale.

Il rischio maggiore è che il crollo del regime non apra la strada a una transizione ordinata, bensì al caos

In sintesi, colpire il vertice senza occupare il terreno può sembrare una scorciatoia strategica. Ma la storia recente insegna che le scorciatoie in Medio Oriente raramente producono stabilità. E, nel caso iraniano, l’assenza di un obiettivo chiaro potrebbe rivelarsi il problema più grave di tutti.

*Assistant Professor di Scienze politiche, Università Bocconi

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