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Questo matrimonio non s'ha da fare: The drama Lo straniero: Ozon non perde Camus

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03.04.2026

Ostinarsi a voler sapere a tutti i costi ogni segreto della persona che ci sta a fianco non è mai un’idea conveniente: ce lo insegnano la letteratura, il cinema e meglio ancora la vita. Segreti e bugie spesso servono a convivere meglio, più di quanto si creda. E invece no: anche in questo “The drama – Un segreto è per sempre” a qualcuno viene in mente di chiedere ad altri quale sia stata la cosa peggiore mai fatta o pensata nella vita. E la coppia va in frantumi. E con essa l’imminente matrimonio, che è il vero soggetto da abbattere. Charlie incontra casualmente Emma in un bar: la nota, quasi se ne innamora a prima vista. L’approccio non va benissimo: lei non si accorge che lui le sta parlando, perché da un orecchio non sente e con quello buono sta ascoltando della musica; quando ce la fanno, lui le racconta la prima bugia. Innocua, se vogliamo. Ma è quando la coppia si intrattiene con quella che sarà la testimone del loro matrimonio che la rivelazione di Emma sconvolge tutti, a maggior ragione il suo futuro sposo. Dopo essersi fatto notare con “Sick of myself” e “Dream Scenario” per quella narrazione a strappi, quel suo destreggiarsi fra i generi con la baldanza provocatoria volta a stupire e lasciare il segno, il norvegese Kristoffer Borgli ingaggia con questa malsana commedia romantica un rapporto ancora una volta disturbante con i suoi personaggi e lo spettatore. Ma stavolta, al di là della frammentazione temporale di un montaggio continuamente scomposta dalla sua linearità, fa sentire maggiormente l’artificiosità della tesi, dalla blanda messa alla berlina della moralità e dei vizi pubblici e privati a una verbosità da chiacchiera che invade la seconda parte, nonostante la veste anti-hollywoodiana (targata A24), paradossale comunque con star tra gli interpreti, e la presenza di Ali Aster tra i produttori riservino una presa di campo ben nota. Ne esce un film che si destreggia tra echi da “Perfetti sconosciuti” e più ambiziosamente con le rivelazioni choc da tavola imbandita di “Festen”, ma senza quella cattiveria e quella crudeltà che Vinterberg si riservava, con qualche sensazione bergmaniana e un po’ di caciara alla Östlund. Zendaya e Robert Pattinson si svestono fino a sembrare due giovani qualsiasi rapiti dall’amore e poi dal dubbio, anche se la migliore è Alana Haim (la testimone Rachel), che proviene dai set di Paul Thomas Anderson. Curioso notare più di qualche analogia, pur nella diversità di genere, della recente serie di Netflix “Something very bad is going ro happen” (un horror sovrannaturale con imprudenti aspirazioni vagamente lynchiane), dove ci si muove anche lì tra bugie e un matrimonio che (non) s’ha da farsi. Voto: 6.

CAMUS E DINTORNI - Là dove anche i grandissimi hanno trovato difficoltà, ci provò infatti anche Luchino Visconti quasi 60 anni fa, si dimostra come il rischio di maneggiare capolavori eterni della letteratura sia piuttosto elevato; ma François Ozon è un regista tra i più eclettici e prolifici in circolazione: sa prendersi dei rischi, raramente non è convincente. “Lo straniero” di Camus è un testo fondamentale dell’esistenzialismo, con un protagonista che affronta la vita (e la morte) apparentemente senza tradire emozioni, nemmeno davanti alla scomparsa della madre, con la quale si apre il libro, con le prime due righe già manifesto di un pensiero. Ozon sceglie il bianco e nero, come ai tempi di “Frantz”, e la scelta sembra conferire una profondità maggiore allo smarrimento del protagonista e alla mancanza di senso di azioni e congetture. Se la narrazione segue fedelmente lo sviluppo del romanzo, se l’ambientazione riflette quella ambiguità del tempo (siamo nell’Algeria ancora francese), il film vive di quella sospensione necessaria all’introspezione elusiva, che ne accompagna tutta la prima parte fino al delitto. Con una giusta lentezza misurata, Ozon è abile nel catturare abilmente la percezione di una tensione esistenziale, concedendosi qualche siparietto più vivace nella fase processuale, fino al dialogo con il prete (il momento più alto del film) e a quell’immaginifica scena del patibolo con la madre. Non privo di qualche dettaglio omosessuale e incline talvolta a un’estetizzazione compiaciuta, Ozon trova il protagonista Meursault in Benjamin Voisin, dall’inafferrabile bellezza quasi genetiana (si vedano come le scene della prigione ricordino “Un chant d’amour”, unico, leggendario film dello scrittore francese di “Querelle”), che dona al personaggio quell’imperturbabile atteggiamento anaffettivo con se stesso e il mondo. Voto: 7.

STAND UP, BRADLEY - Nel malinconico aggrapparsi alla vita (di coppia), Bradley Cooper, al suo terzo film da regista, riporta ancora lo spettacolo al centro dell’attenzione, dato che il protagonista risolve la crisi del ritorno a single attraverso quel palco della stand-up comedy davanti al pubblico, fino a farlo diventare una seduta psicanalitica. Se Will Arnett e Laura Dern dominano la scena, "È l'ultima battuta?"  si intrufola nelle vicende familiari con un senso di smarrimento collettivo. Certo sembra tutto già visto e detto, e forse il finale (annunciato) è una via d’uscita semplicistica, ma le contraddizioni della vita coniugale e della tenuta degli amorosi sensi scalfiscono la superficie. Voto: 6.

 

 

 

Ultimo aggiornamento: 23:47© RIPRODUZIONE RISERVATA

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