Hail Mary: ma è più commedia e buddy-movie De Sica vede bene con gli occhi degli altri
Si è spento il Sole, chi l’ha spento sei tu: così cantava Adriano Celentano più di 60 anni fa. Ora sembra che, almeno a stare al film “L’ultima missione – Project hail Mary”, si siano trovati dei colpevoli: gli astrofagi, minuscoli alieni che si pappano le stelle dell’universo. Quasi tutte, tranne una. Sta a 12 anni luce da noi, poco più di una passeggiata, e in quella direzione sta andando un’astronave con a bordo Ryland Grace, che in realtà è un insegnante di scienze in una scuola media, con un passato da biologo, per lui non proprio lusinghiero.
Se la scienza ci informa che il Sole dovrebbe vivere ancora almeno 5 miliardi di anni, la letteratura e il cinema si sa contravvengono a questa ipotesi. Si parla anche di letteratura, perché il film trae origine da un romanzo di Andy Weir, lo stesso che scrisse anche “The Martian”, portato sullo schermo da Ridley Scott con Matt Damon e anche qui c’è un uomo (quasi) solo a battagliare, isolato da tutto e da tutti, che ha in Ryan Gosling il suo interprete. Nei 156 minuti di durata (come spesso accade: troppi, mai che si decida a chiudere), veniamo a sapere altre cose. Ad esempio che la scienziata Eva Stratt (Sandra Hüller) è l’artefice della missione, che Ryland fa la conoscenza con uno strano alieno roccioso, che chiamerà Rocky, come il pugile (occhio alla scelta del nome Adriana), anche lui sulle tracce dei famigerati killer stellari e che tra i due nasce un’amicizia inaspettata. Phil Lord e Christopher Miller tornano alla regia cinematografica a ben 12 anni dai loro precedenti “The LEGO Movie” e “22 Jump Street”, entrambi del 2014, anche se hanno continuato a lavorare per la televisione, anche come sceneggiatori. “Project hail Mary”, che ovviamente vuol dire Ave Maria, ma anche ultimo tentativo disperato (si usa nel football americano) e ovviamente i due significati funzionano entrambe, tra una preghiera e lo sgomento di essere alla fine, è un film di fantascienza che si diverte a travestirsi da commedia e da buddy-movie ecumenico, che sono poi le parti migliori: ci si diverte, ci si può anche commuovere, mentre tutto gira nello spazio. Certo il resto è po’ di raccoglitore di citazioni: non si tarderà a ritrovare spunti ormai canonici come il risveglio dal coma farmacologico, la morte degli astri, il linguaggio, la smemoratezza; e i più esperti non tarderanno a collocare i giusti riferimenti cinematografici. Se i flashback servono a ricostruire la storia e, per quanto riguarda Grace, la sua memoria, il resto viaggia tra il gigione e la catastrofe, Ryan Gosling ha la faccia giusta per lusingare il pubblico, mentre Sandra Hüller, cinica e quasi spettrale, è un po’ sprecata. Ma è un film, pur debole, che non si prende mai del tutto sul serio. E questo è senza dubbio un bene, in un genere quasi sempre “serio”. Voto: 6.
DELL'EROS DELLA MORTE - Lo spunto è l’omicidio-suicidio del nobile Casati Stampa, nel 1970. Andrea De Sica trasferisce la vicenda su un’isola, la cui villa domina il mare, in una torbida atmosfera erotica, nella quale l’ossessione prende il sopravvento. Tra il marchese Lelio (Timi) e la moglie Elena (Trinca) s’insinua tra gli ospiti costanti il giovane Cesare, che provoca la tragedia. Tra esibizionismo e voyeurismo, De Sica si muove negli spazi ristretti della villa confermando una buona abilità, alternando inquietudine, sofferenze, generosità sessuali, dissolutezza, in un regime malsano, dove i corpi si espongono e i fucili hanno l’ultima parola. "Gli occhi degli altri" è un buon film sul crinale del rischio, dal richiamo chabroliano, ma senza secchezza realistica, qui volutamente tramutata in un’estetica più sofisticata. Voto: 7.
Ultimo aggiornamento: 11:33© RIPRODUZIONE RISERVATA