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La protesta delle calciatrici iraniane e il silenzio che sfida gli ayatollah

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14.03.2026

Suren Nouri, ex stella del cricket iraniano in esilio da dodici anni, ci racconta la rete internazionale di oppositori al regine iraniano che in nove mesi ha aiutato duemila persone a sfuggire alla polizia morale. "Chi è tornata non è a favore del regime: semplicemente, non poteva fare altrimenti"

Il silenzio durante l’inno nazionale, quelle bocche che non si muovevano, il Cbus Super Stadium di Gold Cost, Australia, che capiva solo in parte quello che stava accadendo. Da lontano, da migliaia di chilometri di distanza, quel giorno, quel 3 marzo 2026, visto con occhi consapevoli, “è stato un giorno di speranza. Speranza che si mescolava però a paura, una paura invalidante”. Suren Nouri è da dodici anni che apprende da una distanza di sicurezza quanto accade nel suo paese, l’Iran. Lì non ci può tornare, sarebbe arrestato, forse ammazzato. È un traditore, uno che non ha rispettato l’integrità islamica, che si è sposato una cattolica, che ha rinunciato alla chiamata della Nazionale iraniana di cricket come segno di protesta per le venticinque donne condannate a morte dal regime nel 2014 “per futili motivi” (dice, nda). Inviò al presidente Hassan Rouhani una lettera per chiedere la grazia per Reyhaneh Jabbari, accusata di omicidio per aver colpito a........

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