Gli ultimi leoni dei Florio. Padri eroici, figli sciagurati e matrimoni fatali tra gli splendori della Belle Époque.
D'oro, argentei e rossi. Il quadrupede simbolo della forza e del coraggio compare su moltissimi stemmi delle famiglie nobiliari. Nel censimento fatto dal barone Vincenzo Palizzolo nel 1875 manca però l'emblema dei Leoni di Sicilia, che era della ricchissima famiglia dei Florio. Una dinastia imprenditoriale che si è dissolta in un tramonto inesorabile
Se spulciate con un po’ di pazienza la fondamentale opera araldica Il Blasone in Sicilia, pubblicata tra il 1871 e il 1875 dal barone Vincenzo Palizzolo Gravina, troverete moltissimi leoni sugli stemmi delle famiglie nobiliari. Un richiamo, spiega il compilatore, a chi “occupa il primo rango fra i quadrupedi ed è simbolo della forza, del coraggio e della magnanimità”. Sono leoni d’oro, argentei, rossi, c’è qualche raro azzurro e sporadici neri. Rampanti, abbrancanti, nascenti, linguati, coronati, effigiati coi più vari attributi, ma non ne troverete uno che acquattato si disseti per spegnere la febbre con un farmaco. Eppure è questo, non censito dal Palizzolo Gravina, l’emblema dei Leoni di Sicilia per antonomasia, i Florio, la dinastia imprenditoriale che discese dai plebei dell’Aspromonte a Palermo e che divenne prospera, poi ricca, poi ricchissima prima di dissolversi in un tramonto inesorabile ma scintillante quanto l’ascesa.
Il Leo bibens, nella pietra ingiuriata dal tempo e dall’incuria, fa tuttora la guardia al mausoleo di famiglia nel cimitero di Santa Maria di Gesù. I profitti del chinino che risanava la belva, e i successivi che i Florio conseguirono partendo da un’aromateria in via dei Materassai, valsero soltanto più tardi la considerazione dell’aristocrazia titolare dei leoni contemplati dal barone Palizzolo Gravina. Con uno sprezzo inversamente proporzionale al proprio declino, i nobili palermitani sogguardavano ancora come “un facchino fortunato” Vincenzo Florio quando era ormai titolare di una flotta importante, concessionario del servizio postale, gestore di zolfare, esportatore di tonno, padrone di una fonderia, investitore immobiliare e rappresentante dei Rothschild. Nella transizione epocale dal Regno delle Due Sicilie all’Italia, quel leone superò benissimo la piena. Era acquattato. Sperando che lo aiutasse nel recupero del trono, nel 1862 l’ultimo re Borbone nominò finalmente barone il “facchino” ma non lo convinse. Perciò, due anni dopo, il sovrano Vittorio Emanuele II lo faceva senatore. I Florio correvano verso l’apogeo dinastico: lo avrebbero conquistato grazie alle straordinarie capacità del successore Ignazio, che seppe sfruttare il favore dei tempi, intuire le congiunture economiche e amministrare le relazioni politiche.
Con romantico senno di poi, quella scalata alle vette sembrò quasi incoraggiata dal destino per rendere più superbo il declino che seguì. Sono i superlativi a resistere meglio all’oblìo, sicché la Storia non avrebbe consegnato all’immortalità il nome dei Florio senza quegli sbalzi generazionali dove la fine resta più impressa dell’inizio, perché quanto più sfidò le regole economiche tanto più s’accordò agli splendori emotivi di un’epoca favolosa. Non sancì solo il declino di una dinastia, ma di un mondo che affondava con essa: la Belle Époque con i suoi fasti, i quadri, le follie, i duelli e persino le tragedie.
Se il vertice lo raggiunse Ignazio Florio, il figlio omonimo fu il grande artefice della caduta. Il padre........
