Nel suo discorso all'inaugurazione dell'anno giudiziario, il ministro rivendica di aver “garantito” anche i pm. «Se vince il no, resto al mio posto»
È una giornata importante. È un’inaugurazione dell’anno giudiziario celebrata a ridosso della sfida finale, il referendum sulla separazione delle carriere. Nordio sembra misurare tutto il peso del prova che lo attende. E si presenta, nel preambolo dell’intervento alla cerimonia, con l’enfasi sulla propria quarta partecipazione. Si rivolge al Capo dello Stato Sergio Mattarella, che lo ascolta senza perdere di vista il testo scritto consegnato dal ministro a tutte le autorità accorse nell’aula magna della Cassazione.
Ma come quasi sempre gli capita, Nordio si affranca dalla versione ufficiale e parla a braccio. Insiste sul significato storico del momento, legato, dice, a tre aspetti: il «privilegio di onorare ancora una volta il Presidente della Repubblica», la «stabilità» del «governo» e la possibilità di «affermare alcuni principi consustanziali alla nostra patria democratica». A partire, certo, dalla «attività che ha visto il ministero della Giustizia protagonista di un processo profondo di rinnovamento».
E così il guardasigilli lascia un po’ in coda il cruciale tornante che la politica giudiziaria sta per affrontare. Sa che la “sua” separazione delle carriere non è la prima modifica costituzionale della giustizia nell’era repubblicana. Ma sa anche che questa è la prima volta dal 1948 che si interviene sull’assetto della magistratura. Come da prassi, Nordio sciorina molti dati, ma poi arriva al cuore del discorso: «La riforma........
