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Il risultato del referendum non sancirà la chiusura del conflitto tra politica e magistratura

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16.03.2026

Più passa il tempo e più mi convinco che la consultazione referendaria del 2026 rappresenti il culmine di un lungo conflitto tra politica e magistratura, quest'ultima ingiustamente accusata per oltre tre decenni d’interferenze inappropriate attraverso un utilizzo strumentale dell'azione penale. Questa riforma sembra nascere proprio da un'esasperazione della classe politica, spinta da episodi e contrasti che hanno accentuato la tensione tra due importanti poteri dello Stato.

Eventi come il blocco d’infrastrutture strategiche deciso dalla Corte dei Conti o le inchieste su figure di spicco del governo attuale hanno portato l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni a denunciare apertamente quello che lei più volte ha definito come un’ingerenza della magistratura nell’operato della politica. Nel febbraio del 2026, a seguito di una sentenza che obbligava lo Stato italiano a risarcire una ONG, la Premier dichiarava: "Sentenza di giudici politicizzati, noi non ci fermiamo". In un altro contesto, definiva alcune decisioni giudiziarie (cfr. caso del poliziotto aggredito a Torino) come "assurde" e attribuibili a "toghe politicizzate". Riferendosi al discusso caso dei trasferimenti di migranti in Albania, ha aggiunto: "Parte dei magistrati si comporta come opposizione". Con l’avvicinarsi del referendum sulla giustizia, sostenuta in prima linea dal suo partito, Meloni ha descritto la sfida come una lotta contro i "magistrati politicizzati".

La tensione è ulteriormente salita a marzo 2026, quando sui canali social vicini a Fratelli d’Italia sono comparsi (e in seguito rimossi) post che accusavano alcuni giudici di essere "pro-stupratori", in un contesto di propaganda per sostenere le riforme promosse dal governo. In questo clima tesissimo, il referendum assume un significato che va ben oltre una mera riforma normativa. Si è trasformato in uno scontro diretto sulla natura stessa del sistema democratico italiano. Si vuole promuovere una profonda ristrutturazione dei poteri dello Stato, narrata come una risposta necessaria per limitare una magistratura percepita come ostacolo al funzionamento efficiente del Governo e alla presunta volontà popolare.

Noi abbiamo l’obbligo morale di difendere con tutte le nostre forze i principi fondamentali dello Stato di diritto, che vedono nell’indipendenza della magistratura una garanzia imprescindibile contro possibili derive autoritarie. Se vinceranno i sì, assisteremo a una magistratura sottoposta a nuovi vincoli interpretabili come un tentativo di maggiore controllo politico. Alcune componenti del governo l’hanno già definita una "liberazione" da una corporazione giudiziaria ostile e punitiva. Se, invece, prevarrà il no, la Costituzione del 1948 resterà immutata, preservando l’equilibrio sostanziale tra i poteri dello Stato come concepito all'indomani della Seconda Guerra Mondiale.

Per coloro che nutrono dubbi o incertezze su quale posizione assumere, votare no significherebbe mantenere l’assetto attuale e impedire cambiamenti dall’impatto profondamente incerto. È chiaro, tuttavia, che il risultato del referendum difficilmente sancirà la chiusura definitiva del conflitto tra politica e magistratura. Piuttosto, potrebbe aprire una nuova fase di dibattito pubblico e istituzionale in cui sarà necessario ridefinire con maggiore chiarezza i confini tra azione politica e funzione giudiziaria. L'obiettivo ultimo dovrà essere quello di trovare un equilibrio sostenibile, capace di garantire sia la legittimità democratica della politica, sia l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, entrambe pilastri essenziali della nostra Repubblica democratica di matrice parlamentare.

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