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Il miraggio di Sant’Agnese: perché una conferenza stampa non fa un Michelangelo

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17.03.2026

La cronaca recente ci consegna un episodio che, pur ammantato dal fascino del Rinascimento, solleva interrogativi cruciali sulla salute del dibattito culturale e scientifico nel nostro Paese. Mi riferisco alla presentazione di una presunta nuova scultura di Michelangelo Buonarroti, conservata nella chiesa di Sant’Agnese fuori le mura a Roma e raffigurante un busto di Cristo, avvenuta non sulle pagine di una severa rivista scientifica di settore, e neppure tra le altrettanto severe mura di un’accademia, ma nel clamore di una conferenza stampa.

La notizia ha fatto, come auspicato dagli organizzatori, il “giro del mondo”. Ma una volta spenti i riflettori, cosa resta? Resta il silenzio della scienza.

Il metodo scientifico, in storia dell’arte come in qualunque altra disciplina scientifica, non è un orpello, ma l’unica garanzia di verità. Un’attribuzione non è un atto di fede, né tantomeno una suggestione: è un edificio complesso costruito su pilastri stilistici, filologici, storici e tecnici. La “scoperta” di Sant’Agnese, purtroppo, ha saltato a piè pari ogni singola fase costruttiva di questo necessario edificio.

Quando uno studioso ritiene di aver individuato in un’opera del passato la mano di un dato artista – a maggior ragione se di un mostro sacro come il Buonarroti – il protocollo non prevede l’invito ai giornalisti, ma la stesura di un saggio scientifico dettagliato. In questo dettagliato saggio scientifico, ogni affermazione deve essere ponderata e supportata da serrati confronti stilistici, da rigorose analisi dei materiali e delle tecniche artistiche e da documenti d’archivio inoppugnabili, presentati nella loro interezza e non per suggestivi estratti.

Un siffatto saggio va quindi sottoposto a una rivista scientifica di settore, riconosciuta a livello internazionale e di alto profilo (la cosiddetta “Classe A” dell’Anvur – Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca). Qui ha inizio il vero processo di validazione: la peer review (revisione paritaria). La redazione, verificata l’opportunità, invia il testo, in forma anonima, a due o più referee (revisori), anch’essi anonimi, scelti tra i massimi esperti dello specifico argomento o del dato artista. Questi esperti non giudicano l’entusiasmo, ma la solidità dei confronti stilistici e delle diverse prove, la tenuta logica e la correttezza metodologica. Il loro parere è vincolante: possono approvare la pubblicazione, richiedere integrazioni sostanziali o bocciare il saggio senza appello. È un percorso rigoroso, che dura da uno a diversi anni. È il purgatorio necessario per accedere al paradiso dell’autorevolezza scientifica. Solo dopo la pubblicazione, quando la comunità degli studiosi può leggere, verificare e discutere le tesi, si può iniziare a parlare – e ancora con la dovuta cautela – di nuova attribuzione.

Nulla di tutto questo è avvenuto per il modesto busto del Cristo di Sant’Agnese, né si è verificato in analoghe contingenze occorse negli ultimi anni. Ed è lecito dubitare che il presunto busto michelangiolesco avrebbe potuto persino superare la fase preliminare di invio ai referee.

La risposta fornita dall’autrice della presunta scoperta alle legittime, e pienamente condivisibili, contestazioni addotte da Vittorio Sgarbi sulle pagine del Giornale è l’emblema di questa fragilità metodologica, che rischia di confondere l’opinione pubblica. L’autrice, che ammette senza riserve la sua formazione eclettica e la mancanza di titoli accademici, rivendica il suo campo di indagine la “ricostruzione storica basata sui documenti d’archivio”, eludendo la “disamina tecnico-stilistica” che è invece imprescindibile.

Ciò che sconcerta non è l’assenza di titoli (la storia dell’arte è piena di grandi conoscitori non titolati), ma proprio l’assenza delle dinamiche scientifiche. La “ribalta a livello mondiale” di una notizia (“un messaggio di arte, studio e bellezza”, come lo definisce l’Autrice) non è validazione scientifica.

I documenti evocati sono l’esempio plastico di questa fragilità. L’autrice cita un inedito atto del 1776 che menzionerebbe una “attribuzione certa” a Michelangelo (morto nel 1564). È un anacronismo metodologico: un documento tardo di oltre due secoli non può essere una prova di prima mano, ma al massimo la testimonianza di una tradizione collezionistica che risente inevitabilmente delle stratificazioni e delle suggestioni maturate nel tempo, perdendo così quel valore di immediatezza necessario all’indagine scientifica.

L’autrice si sente una “moderna Cenerentola”, “invitata al tavolo con i maggiori esperti del mondo” grazie alla forza della sua ricerca. Ma nella storia dell’arte, la fatina che trasforma Cenerentola in principessa non è il placet mediatico, ma la ricerca storico-artistica e filologica, culminante nel vaglio della pubblicazione su una rivista scientifica accreditata a livello internazionale. Senza la fatina della Scienza, la carrozza resta una zucca e il “Michelangelo” di Sant’Agnese resta, fino a prova contraria, una suggestione mediatica.

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