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Cosa ci porta, da sempre, a cercare salvezza nelle parole dei poeti?

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21.03.2026

Cosa ci porta, da sempre, a cercare salvezza nelle parole dei poeti? Perché, quando l’anima si fa spazio impossibile da abitare o il dolore più difficile da contenere, torniamo proprio lì — alla Poesia? Che cosa speriamo di trovare, davvero, nel verso?

Nella Giornata Mondiale della Poesia, queste domande trovano una risposta intensa e concreta in Sono tornato perché c’eri tu. La poesia che salva e come lo fa di Mara Sabia e Emilio Fabio Torsello (Solferino) un libro che sceglie e raccoglie il racconto delle vite di uomini e donne, stelle fisse della Letteratura del Novecento, che trovarono nella poesia la salvezza che disperatamente cercavano. Non un saggio accademico né un'antologia, ma un attraversamento emotivo: un dialogo continuo tra dramma e scrittura, ferita e bellezza.

Gli autori ci aiutano a comprendere, con l’efficacia di esempi potentissimi carpiti alla storia letteraria novecentesca, che dobbiamo riconoscere alla parola poetica un potere salvifico grandissimo, quello di dare forma al caos, compattare i pensieri, indicare la via, quando tutto sembra smarrirsi. Nella poesia si manifesta la fragilità dell’uomo, ma anche quell’ostinata volontà di attraversarla e trasformarla in qualcosa che resiste, che illumina, che crea meraviglia.

Il libro ci presenta voci poetiche altissime e resilienti, accomunate da una verità essenziale: è stata la poesia a salvarli! Da Alda Merini a Sibilla Aleramo, da Amelia Rosselli a Raymond Carver, fino a Giannis Ritsos, passando per Giovanni Pascoli, Charles Bukowski, Pablo Neruda, Giuseppe Ungaretti, Antonia Pozzi e Primo Levi. Nelle loro vite segnate da miseria, marginalità, dipendenze, esilio o sofferenza psichica, la scrittura poetica non è mai un esercizio estetico, ma l’unico modo per restare al mondo, sfuggire alla morte, fedeli a se stessi. Ogni poesia autentica nasce da un’urgenza, da una necessità che vuole essere ascoltata.

Amelia Rosselli, una delle figlie della Seconda Guerra Mondiale, fa della scrittura uno strumento di verità: un modo per togliere “il velo di finzione dalla realtà”. In Alda Merini, la parola poetica giunge a salvarla dalla follia, scrivere è sublimare, trasformare la pena dell'anima in materia viva e incandescente, e la Poesia un destino da rivendicare, il piano a cui salire. Per altri la parola si fa resistenza, denuncia. I regimi totalitari del secolo scorso temono la forza dei versi con cui i poeti si oppongono al Male reclamando Bellezza e Bene. Autori come Ritsos, Neruda o García Lorca hanno pagato il prezzo più alto per non essere stati indifferenti e nella poesia hanno trovato la sola patria possibile, uno spazio inviolabile e felice. Per Bukowski, segnato da povertà e alcolismo, scrivere è sopravvivenza e rivolta; per Pascoli è memoria e attesa di giustizia; per Sibila Aleramo, i libri sono strumento di emancipazione, via di fuga e di costruzione di sé. Ungaretti, il cui cuore non è mai tornato dalla Guerra, dà sillabe al Silenzio e ci insegna che solo la scrittura conserva in noi l'umanità. In Antonia Pozzi la scrittura è sogno e vertigine, ma anche radicamento. In Primo Levi, infine, la parola diventa necessità etica: raccontare per restare uomini.Ciò che emerge con forza da ogni pagina è che la poesia non è un rifugio che ci sottrae alla vita, ma la via che ci riporta dentro di essa. Protegge e salva. E allora forse è proprio qui il suo senso più profondo: scrivere e leggere poesia equivale a scegliere la Vita. Sempre.

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