Mentre il mondo brucia, noi siamo qui a costruire. Da 80 anni
Il 25 aprile 1946 nasceva Italia Cooperativa. Stesso giorno, stessa Italia che imparava a rialzarsi. Non è nostalgia: è un modello che il presente reclama con urgenza. Se il capitalismo finanziario globale avesse un contrario, probabilmente avrebbe la forma di una cooperativa che trasforma il latte in formaggi o l’uva in vino e poi esporta il prodotto in tutta europa e in tutto il mondo per remunerare al meglio il territorio e i produttori agricoli. Oppure una cooperativa che assiste gli anziani, che inserisce al lavoro persone fragili, costruisce case o costituisce una banca per soddisfare al bisogno di credito di quel territorio. Non è un'immagine romantica. È una struttura. Ed è quella struttura che, ottant'anni fa, il 25 aprile 1946, il giorno stesso in cui l'Italia festeggiava la sua liberazione, prendeva voce pubblica con il primo numero di questo giornale.
Non fu una coincidenza di calendario. Fu una scelta precisa: il movimento cooperativo si riconosceva figlio di quella rinascita e ne voleva essere protagonista. Gli stessi uomini che scrivevano la Costituzione rifondavano Confcooperative. Sapevano che la democrazia economica e quella politica camminano insieme. Una senza l'altra è una promessa che non si mantiene.
Ottant'anni dopo, quella scommessa ha prodotto numeri difficili da ignorare. Confcooperative e le sue imprese hanno creato 6 milioni di posti di lavoro e rappresentano il 4% del PIL. Non sono le cifre di un'ideologia: sono i risultati di un'idea semplice che si costruisce meglio insieme che da soli e che il profitto è un mezzo, non il fine.
In un'epoca in cui le piattaforme digitali estraggono valore dai territori senza restituire nulla, in cui la concentrazione della ricchezza ha raggiunto livelli che nemmeno gli economisti più pessimisti avevano previsto, in cui la solitudine è diventata una delle grandi emergenze sanitarie del decennio la cooperazione è strutturalmente orientata verso le persone, non verso la rendita.
È anche per questo che la voce di papa Leone XIV, l'unica tra i potenti della terra che abbia scelto di parlare di pace in un momento in cui tutti parlano di arsenali e tariffe, risuona in modo particolare per chi, come noi, ha costruito ottant'anni di storia sull'idea che il futuro si regge sulla cooperazione tra le persone, non sulla competizione tra i capitali. Oltre al fatto che Confcooperative nasce nel 1919 sulla scia dell’enciclica Rerum Novarum di papa Leone XIII.
Il mondo ha cambiato tutto: le tecnologie, i mercati, i confini. L'unica cosa che non è cambiata è il problema e la nostra risposta.
Le sfide che abbiamo davanti la transizione digitale, quella ecologica, il ritorno dei giovani a un'idea di impresa che abbia senso oltre il profitto non ci trovano impreparati. Le comunità energetiche rinnovabili, le piattaforme cooperative, le cooperative di comunità che tengono in vita i borghi spopolati: sono già realtà, non progetti. Il futuro lo stiamo già costruendo, mattone dopo mattone, come abbiamo sempre fatto.
Ottant'anni fa un paese in macerie scommetteva su se stesso. Oggi, in un mondo che torna a fare paura, quella scommessa è ancora aperta. E noi siamo ancora al tavolo con sei milioni di storie in tasca e la stessa ostinata convinzione di allora: che nessuna crisi sia troppo grande per chi la affronta insieme.
I commenti dei lettori
HuffPost crede nel valore del confronto tra diverse opinioni. Partecipa al dibattito con gli altri membri della community.
