Come sopravvivi all'adolescenza definisce l'adulto che sarai
Nel mondo di Paradise City (Mondadori) la protagonista scopre al primo anno di liceo scientifico, a una festa, senza preavviso, che i compagni di scuola la chiamano “puzzola”. Li intercetta accidentalmente mentre la sbeffeggiano per il suo presunto cattivo odore.
Questo shock è una ferita primigenia, una cicatrice da cui si dipartono, come una sassata su un parabrezza, tutte le linee che definiranno la sua adolescenza e il modo in cui sopravvivervi definirà la persona adulta che ne verrà fuori: “la parte più ingombrante e dolorosa, quella più cattiva e soffocante, è nata quella notte di novembre”.
Sembrerebbe una tipica esagerazione dell’adolescenza quando fisiologici incidenti di percorso, insensibilità dei coetanei, eccesso di fragilità trasformano inezie in catastrofi. Il resto del libro è destinato a confutare questa lettura.
In questo mondo se si va in una festa in piscina, c’è sempre il rischio di finirci dentro (e vabbè), essere “buttati è ovviamente umiliante..ma c’è qualcosa di sessuale e giocoso nel buttare una ragazza in piscina, e se non ti buttano non sei neanche una gran figa, ti dispiaci perchè non sei né carne né pesce”. Quando la protagonista ci finisce dentro, per queste ragioni, è con un certo sollievo - perché ha il sospetto che ciò significhi di essere stata accettata dalla sua classe. Purtroppo non è affatto così.
Nel corso degli anni il suo soprannome passa da “puzzola” a “crosta”, come se la carenza d’igiene fosse diventata la causa del suo stigma. In questo liceo........
