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L’Ottocento, tra ideali, Barolo e coraggio

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17.04.2026

Torna Marina Marazza, una delle autrici di romanzi storici più brave del panorama italiano, con “Il rosso del re” (Solferino Libri), secondo della saga dei Barolo, come ci suggerisce il sottotitolo, ma il romanzo è leggibile anche a sé e autoconclusivo (una volta conosciuta la sua scrittura, vi verrà comunque voglia di recuperare i libri precedenti). Il progetto, uscito per Solferino, narra la storia di Juliette Colbert di Maulévrier (se ve lo chiedete…sì! Suo antenato è Jean Baptiste Colbert, il celebre ministro di Luigi XIV), altrimenti conosciuta come Giulia marchesa di Barolo, una donna, per la sua epoca, il diciannovesimo secolo, fuori dall’ordinario per ingegno, acume, talento e animo grande: grazie a lei si affermò il vino oggi famoso in tutto il mondo.

Ma Giulia non è stata solo l’artefice della fortuna del Barolo. È stata una donna visionaria, antesignana, filantropa, coraggiosa, attenta al sociale, supportata da un consorte altrettanto nobile di spirito, il decurione marchese Tancredi Falletti di Barolo, marito attento e innamorato, prodigo, tra l’altro, nell’accogliere piccoli diseredati, in quanto aveva capito che «togliere i bambini dalla strada e insegnare loro le cose fondamentali è il primo passo per farne dei buoni cittadini ed evitare che diventino ladruncoli o mendicanti». È un matrimonio riuscito, il loro, e se volete approfondire come scattò il colpo di fulmine, vi consiglio di leggere anche il precedente volume, “Sangue delle langhe”.

Siamo ancora in tempi barbari, nonostante l’Unità d’Italia compaia all’orizzonte (mancano solo pochi decenni al 1861), tempi in cui gli educatori sferzano di botte gli infanti, tempi in cui i poveri sono soggiogati da una dura economia che impedisce la mobilità sociale, tempi in cui lo stigma della nascita marchia indelebilmente, tempi in cui finire in prigione significa conoscere il carcere duro, con condizioni così estreme che è facile morirvi dentro o ammalarsi. Lo sa bene Silvio Pellico, che apre il romanzo con una testimonianza che sembra la resa filmica de “Le mie prigioni” e infatti l’autrice si appoggia a questo prezioso libro, tra le sue innumerevoli fonti. Una caratteristica del metodo di lavoro di Marina Marazza, infatti, è studiare, indagare, cercare, recarsi sul posto, consultare migliaia e migliaia di pagine, immedesimarsi: grazie a questo suo mix tra empatia e studio rigoroso, tra umanità, curiosità, passione e preparazione, quest’autrice ci consegna delle pagine magistrali, palpabili, in cui la storia pulsa ed emerge.

E lo fa sia che si tratti di far testare il vino dei Barolo al re Carlo Alberto – e che metodi innovativi stanno testando nelle loro vigne i marchesi! – sia che menzioni un moto carbonaro, un duello, un assedio, un’epidemia, come quella di grippe, un aspetto alimentare, una compravendita all’insegna del collezionismo (era l’epoca in cui trafugare tombe egizie e immettere sul mercato preziosi reperti archeologici era non solo atto legale ma anche una prestigiosa opportunità). La Marazza ci prende per mano e ci trascina in pieno Ottocento, mettendo in scena politici come Camillo Benso di Cavour o librai-tipografi come Giuseppe Pomba o artisti come Antonio Canova o studiosi come Jean-François Champollion o intellettuali come Silvio Pellico, assoldato poi come bibliotecario dai coniugi Barolo. Ma i riflettori si spostano anche sugli umili, e qui carpiamo lo spirito più profondo dei tempi, sui personaggi che i libri di storia hanno dimenticato, come la popolana Angela Agnel, già incontrata nel libro precedente, uxoricida insorta accoltellando il marito ubriaco che tentava di abusare della figlia. Oppure inserendo nella narrazione il tremendo Giorgio Orsolano, detto La iena di San Giorgio, detenuto nelle prigioni del comando dei carabinieri reali di San Giorgio, un serial killer accusato, tra le altre cose, di cannibalismo (pare che abbia realizzato salumi con carne umana) e di aver ammazzato e smembrato la quattordicenne Ceschina, alias Francesca Tonso da Montalenghe:

«I suoi resti, rinvenuti in tre sepolture separate in riva al torrente Piatonia, erano stati pietosamente ricomposti per venire inumati nel cimitero di San Giorgio. Il suo assassino l’aveva macellata a quarti, come una vitella, con grande abilità, spiccandole la testa dal busto. Alle esequie partecipò gente accorsa anche dai dintorni, man mano che la voce del crimine si diffondeva e si arricchiva di particolari. Ora tutti aspettavano di conoscere il destino di quel mostro dell’Orsolano e durante le esequie della sua ultima vittima non ci furono solo lacrime e preghiere, ma anche grida rabbiose: a morte la iena».

La gente vorrebbe linciarlo, la morte dell’assassino sembra la soluzione più plausibile. Non per Giulia, grande ammiratrice del pensiero di Cesare Beccaria, il cui testo “Dei delitti e delle pene” rivoluzionerà il diritto penale moderno: lei non vuole dare in pasto i criminali alla sete di vendetta del popolo e anche in questo dimostra la sua grandezza.

Degna di nota è poi la vicenda di Carlotta Cerino, di cui l’autrice ci svela alcuni risvolti in più nelle sue interessantissime note finali, intitolate confidenzialmente “Quattro chiacchiere con i miei lettori”: questa Cerino era una cuoca che si spacciò da medium (in un’epoca in cui la parola “medium” ancora non era in uso) e finse di  poter comunicare con Maria Clotilde di Borbone, una regina di Savoia morta e beatificata, madrina di battesimo del re Carlo Alberto, il quale cascò nell’imbroglio, almeno all’inizio. Il re si era dunque fatto beffare da una donna della plebe ed era meglio che la vicenda venisse silenziata, ragion per cui persino i suoi biografi evitarono di trattarla (fu invece assai sfruttata dai burattinai). Ma la Marazza è andata a scovarla e ce l’ha raccontata con la sua sapienza, con il suo modo originale e brioso di rielaborare i documenti, tra dialoghi vivaci, attendibili, pennellate che divulgano con naturalezza il modus vivendi e cogitandi di un’epoca. Così si mescola realtà del passato ed invenzione, seguendo la lezione manzoniana, del resto, come la Nostra chiarisce: «la Storia è la più grande romanziera e che chi scrive romanzi davvero storici non ha che da inventare qualche dettaglio di collegamento».

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