Abbandonare l’energia russa: la guerra complica tutto
(a cura di Pietro Rinaldi, ricercatore junior nel programma “Energia, clima e risorse” dell’Istituto Affari Internazionali - IAI)
Il paese più sanzionato dal mondo occidentale sta emergendo come il silenzioso vincitore di una guerra in cui non era direttamente coinvolto. Il conflitto in Iran sta facendo impennare i prezzi dell’energia: nei primi giorni del conflitto, il Brent ha raggiunto i 100 dollari al barile, mentre il gas naturale in Europa è balzato da circa 30 a 50 EUR/MWh. Numeri lontani dal picco di oltre 350 EUR/MWh toccato dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ma sufficienti a destabilizzare il mercato energetico europeo, e nessuno lo sa meglio di Mosca.
Perché i prezzi salgono
Una fiammata dei prezzi di petrolio e gas in seguito a tensioni in Medio Oriente è quasi una costante storica. Questa volta, però, non si tratta di un semplice rialzo: è un’impennata alimentata da due fattori. Il primo è il blocco totale dello Stretto di Hormuz, attraverso cui nel 2025 transitava il 25% del commercio marittimo globale di petrolio e circa il 20% degli scambi di gas naturale liquefatto (GNL). Il secondo sono gli attacchi diretti alle infrastrutture energetiche: raffinerie e impianti in Qatar, Arabia Saudita e Israele sono stati costretti a fermare la produzione, riducendo l’offerta globale al di sotto dei livelli pre-conflitto. Anche quando le ostilità cesseranno, i tempi di riparazione manterranno l’offerta compressa per mesi.
La domanda, nel frattempo, rimane sostanzialmente rigida. India, Pakistan e Bangladesh hanno avviato forme di razionamento industriale del gas, ma si tratta di aggiustamenti marginali. Ne risulta un mercato globale con meno offerta disponibile e........
