L'algoritmo non è neutrale. La Corte Ue accentua la responsabilità delle piattaforme sui contenuti virali
La giustizia europea alza l’asticella per le piattaforme digitali: se usi gli algoritmi per decidere che cosa le persone vedono e con quale evidenza, non puoi più dire di essere solo “un contenitore neutrale” dei contenuti caricati dagli utenti. Con la sentenza WebGroup/Coyote del 16 giugno scorso, la Corte di giustizia ridisegna in modo molto concreto il confine tra semplice ospitalità tecnica e vera e propria responsabilità per ciò che circola online. Non solo: la sentenza non parla di meri algoritmi in astratto, ma tocca il cuore del modello di molte piattaforme social, che vivono di attenzione e la catturano anche attraverso dark patterns, interfacce fuorvianti e meccanismi pensati per tenere gli utenti “incollati” allo schermo.
Come l’algoritmo ti rende responsabile
Per anni la regola è stata relativamente semplice: se un servizio online si limita a ospitare contenuti – file, post, video – senza selezionarli o modificarli, la legge lo protegge ampiamente. L’idea era di non soffocare lo sviluppo di Internet costringendo ogni piattaforma a controllare tutto in anticipo.
Ma oggi, con la nuova sentenza, la Corte sembra spingersi oltre: guardiamo non solo a chi carica i contenuti, ma a chi decide come questi contenuti circolano. Ad esempio: una piattaforma di video brevi che ti propone una sequenza infinita di clip “consigliati per te”. Non si limita a conservare i video: sceglie, tramite l’algoritmo, quali........
