La crisi della rappresentanza e l’ascesa della disuguaglianza
Nell’incertezza permanente che caratterizza ormai il sistema socio-economico planetario, tra crisi geopolitiche ricorrenti e una condizione diffusa di policrisi, emerge tuttavia una certezza: l’aumento della disuguaglianza a livello mondiale.
La disuguaglianza è un concetto multidimensionale: può riguardare le classi sociali, il genere, l’accesso ai diritti e alle libertà. Tuttavia, un parametro unificante è rappresentato dagli aspetti economico-finanziari. L’ultimo World Inequality Report sottolinea come le disuguaglianze tra persone e territori siano un fenomeno sempre più strutturale della nostra epoca, caratterizzato da molteplici sfaccettature.
Questo andamento non sorprende, considerando i crescenti rendimenti dei mercati finanziari globali: tra il 2020 e il 2024, ad esempio, i rendimenti delle azioni hanno superato la crescita del PIL di quattro o cinque volte. Di tale dinamica hanno beneficiato soprattutto i percettori di redditi più elevati, che sono anche i principali investitori.
Secondo l’economista Thomas Pikett: quando il rendimento dei patrimoni accumulati nel passato supera il tasso di crescita dell’economia, chi possiede capitale si arricchisce più rapidamente. E questo è quanto è successo. A ciò si aggiunge il recente periodo inflattivo, che ha eroso i redditi fissi, come quelli da lavoro, mentre i profitti hanno potuto adeguarsi più facilmente all’inflazione, il che ha ulteriormente ampliato le disuguaglianze “reali” e contribuito allo spostamento nella distribuzione del reddito a favore dei profitti rispetto alle retribuzioni, soprattutto negli ultimi anni.
Si tratta di un fenomeno noto e ampiamente discusso. Per molti, esso rappresenta una smentita della cosiddetta curva di Kuznets, secondo cui nelle prime fasi dello sviluppo economico le disuguaglianze aumentano, per poi ridursi al raggiungimento di elevati livelli di reddito pro capite. Tuttavia, va ricordato che tale regolarità fu osservata nel secondo dopoguerra, in un contesto in cui i Paesi più sviluppati introducevano sistemi di welfare robusti e regimi fiscali fortemente progressivi, capaci di svolgere una significativa funzione redistributiva. Infatti, fino agli anni Ottanta si è registrata una moderata riduzione della disuguaglianza, seguita poi da una nuova fase di crescita.
Un aspetto evidenziato dallo stesso Report riguarda il ruolo del sistema fiscale, cruciale dal punto di vista redistributivo, e che in passato ha contribuito a ridurre le disuguaglianze. Tuttavia, nonostante le dichiarazioni di principio, i sistemi fiscali hanno spesso aumentato la pressione sui redditi intermedi, colpendo quella classe media e medio bassa dei Paesi occidentali che da tempo percepisce una perdita di ruolo e di posizione relativa. Allo stesso tempo, tali sistemi mostrano un sostanziale fallimento sul piano redistributivo nei confronti delle élite al vertice della distribuzione del reddito, che pagano proporzionalmente meno imposte rispetto a molte famiglie con redditi inferiori, grazie a sofisticati meccanismi di elusione fiscale: dal rinvio della distribuzione dei dividendi e della realizzazione delle plusvalenze, fino all’uso di holding e strutture giuridiche complesse per accumulare redditi esenti.
Questo fenomeno mette in luce un tema centrale: nel tempo si sono profondamente trasformate le strutture di rappresentanza dei diversi gruppi di sociali in base al reddito, che appaiono oggi de-composte e meno capaci di esprimere in modo compatto orientamenti politici coerenti. Ciò si riflette anche sulle politiche redistributive. A metà del Novecento, le classi a basso reddito e basso livello di istruzione sostenevano prevalentemente programmi di sinistra, favorevoli a una forte redistribuzione della ricchezza. Ora questo modello si è frammentato: in molti Paesi occidentali, gruppi con bassa istruzione ma con redditi medio-alti tendono a votare per la destra, mentre individui con elevata istruzione e redditi medio bassi sostengono programmi di sinistra. In una situazione del genere, in cui ci sono governi di coalizione, la rappresentanza unitaria della vecchia working class è bassa e in declino, mentre si afferma un sistema di partiti multi élite.
La dinamica si riflette anche nelle differenze territoriali interne ai singoli Paesi, in particolare tra aree metropolitane e piccoli centri, spesso privi di servizi comparabili, soprattutto in ambiti cruciali come la sanità e il welfare. Si tratta di un fenomeno ben descritto da Andrés Rodríguez-Pose, che parla dei “luoghi che non contano”, alimentando una sorta di “vendetta dei luoghi dimenticati” e favorendo la crescita di movimenti anti-establishment, capaci di attrarre consenso anche tra elettori che in passato sostenevano politiche redistributive.
Inoltre, il consolidarsi all’interno della sinistra di una élite istruita, ma con redditi medi o medio-bassi, tende a ridurre l’urgenza della questione redistributiva, spesso sopravanzata da altri temi di grande rilevanza, come la sostenibilità ambientale o i diritti di cittadinanza, sicuramente fondamentali, ma che nel dibattito corrente possono indebolire la prioritaria attenzione verso il riequilibrio effettivo del sistema fiscale.
Nel frattempo, le fasce più ricche della popolazione esprimono prevalentemente un orientamento politico di destra e rappresentano una delle principali fonti di finanziamento delle campagne elettorali.
Di conseguenza, la riduzione della disuguaglianza è innanzitutto una questione politica. Come ricorda il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, “l’elevata disuguaglianza è il risultato di scelte politiche, non di leggi inevitabili dell’economia”. E, come sottolinea Anthony Atkinson, studioso attento a questi temi, “ridurre la disuguaglianza richiede immaginazione politica oltre che analisi economica”.
Forse è proprio questa immaginazione che oggi appare indebolita: in presenza di coalizioni di governo multi-élite, la dialettica politica tra maggioranza e opposizione si concentra più sullo scontro tra posizioni che sulla costruzione di una visione ambiziosa (ma anche elettoralmente più rischiosa), capace di promuovere una società più equa e inclusiva.
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