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L’amore rifugio (e poi stampella): adolescenti, identità fragili e bisogno di controllo

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16.02.2026

C’è un dato che colpisce più di altri nella recente ricerca di Save The Children sulle relazioni tra adolescenti: gelosia scambiata per amore, controllo della posizione del partner, pressioni per condividere password o immagini intime, insistenza dopo una rottura, ricatti emotivi.

Per una parte significativa dei ragazzi questi comportamenti sono percepiti come diffusi — e in alcuni casi come comprensibili.

Il report “Stavo solo scherzando. Nuove evidenze sulla violenza nelle relazioni tra adolescenti” restituisce il quadro di legami precoci attraversati da possesso, sorveglianza e confusione tra affettività e dominio. Ma per capire davvero cosa sta accadendo serve andare oltre i numeri.

Molti adolescenti crescono oggi in un mondo accelerato, iperconnesso, esposto. Online e offline si fondono in uno spazio continuo di confronto, giudizio, visibilità. L’identità è costantemente messa alla prova dallo sguardo degli altri.

In questo contesto, il legame affettivo diventa spesso un rifugio: un luogo dove sentirsi visti, placare l’insicurezza e trovare appartenenza. È un bisogno umano comprensibile quando il mondo appare instabile. Fin qui, nulla di patologico.

Quando il rifugio diventa stampella

Il problema nasce quando quel rifugio diventa indispensabile per stare in piedi. Quando l’identità è fragile, la relazione smette di essere incontro tra due soggetti e diventa sostegno esterno del sé. L’amore si trasforma in amore-stampella.

Non ti amo perché sei altro da me: ti tengo perché senza di te rischio di crollare. Ed è qui che nasce il bisogno di controllo. Chi controlla non sta esercitando potere per il potere ma per ridurre un’angoscia interna. Chi pretende esclusività assoluta non sta esprimendo passione: sta tentando di stabilizzare un sé incerto. Chi minaccia di farsi del male per non essere lasciato non sta dichiarando amore: sta mostrando una dipendenza identitaria.

Quando l’altro serve a regolare il mio equilibrio, diventa difficile lasciargli libertà. E così si perde un ingrediente essenziale: il rispetto.

Colpisce che una quota rilevante di adolescenti interpreti la gelosia come segno d’amore. È un indicatore culturale importante: quando la gelosia diventa giustificazione del controllo, si perde la distinzione tra intensità emotiva e qualità della relazione.

La gelosia può esistere. Ma se io sto bene solo finché tu sei sotto il mio sguardo, non sto vivendo una relazione. Sto usando una protesi psicologica.

Non è solo un problema adolescenziale

Sarebbe un errore leggere questi fenomeni come qualcosa che riguarda solo gli adolescenti. Quello che emerge nelle relazioni giovanili è spesso una versione più precoce e più visibile di dinamiche presenti anche nel mondo adulto: legami segnati da dipendenza emotiva, paura dell’abbandono, gelosia normalizzata, difficoltà a stare soli, bisogno di controllo.

Gli adolescenti non inventano questi modelli: li respirano nelle relazioni familiari, nella cultura mediatica, nelle narrazioni romantiche che confondono intensità e amore, nelle coppie adulte che restano insieme più per paura che per scelta.

La differenza è che nei ragazzi queste fragilità emergono prima, perché l’identità è ancora in costruzione e le capacità di autoregolazione sono immature. Ma il terreno su cui crescono è lo stesso. In questo senso, l’adolescenza funziona come un amplificatore: rende visibile ciò che attraversa tutta la società.

Il gap psico-evolutivo

Questo fenomeno si inserisce in quello che definisco “gap psico-evolutivo”: uno scarto crescente tra lo sviluppo cognitivo — sempre più precoce e stimolato — e la maturazione emotiva e autoregolativa, che richiede tempi lunghi, relazioni stabili, presenza adulta. Oggi i ragazzi “capiscono” tutto molto in fretta. Ma integrano sempre meno.

Questo divario rende più difficile tollerare il rifiuto, gestire la frustrazione, attraversare la perdita. E quando queste competenze mancano, la relazione viene caricata di una funzione impropria: sostenere un’identità fragile.

Non basta educare al consenso: una responsabilità adulta

Educare al rispetto e al consenso è indispensabile, ma non è sufficiente se non si lavora anche sul rafforzamento dell’identità. Un adolescente con un senso di sé più solido regge meglio il rifiuto, tollera la frustrazione, non ha bisogno di sorvegliare per sentirsi sicuro, non confonde intensità emotiva e amore.

Non possiamo chiedere agli adolescenti di cavarsela da soli. Servono educazione affettiva strutturata, psicologia stabile nella scuola, sostegno alle famiglie, alfabetizzazione emotiva e digitale, spazi di ascolto reali. Ma soprattutto serve restituire alle nuove generazioni un messaggio semplice e radicale: l’amore non è ciò che mi tiene in piedi quando non so chi sono. L’amore è ciò che posso vivere quando sto già in piedi da solo.

Se non aiutiamo i ragazzi a costruire identità più forti, continueremo a vedere amori-rifugio trasformarsi in amori-stampella. E amori-stampella diventare spesso pericolosi legami di controllo.

E continueremo a chiamare amore ciò che, in realtà, è paura di crollare.

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