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Lo show di Trump impegna l'America sull'Iran. O è una buffonata

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25.02.2026

Lo show di Trump nel discorso sullo stato dell'Unione potrebbe essere l’ultimo atto di un declino che lo porterà a essere un’anatra zoppa sino alla fine del mandato.

Trump si trova oggi davanti a un vicolo cieco che lui stesso ha contribuito a costruire, e che si chiama Iran. L’uscita unilaterale nel 2018 dall'accordo sul nucleare iraniano, il JCPOA, motivata dal suo stile transattivo e coercitivo, che puntava a mettere Teheran nell’angolo, ha liberato la Persia dai vincoli e ha permesso alla Repubblica Islamica di arricchire uranio fino al 60 per cento.

Un fallimento sesquipedale, considerando che con Teheran nel JCPOA, i livelli di arricchimento erano in linea con la percentuale negoziata del 3,67.

Ora Trump pretende che l’Iran rinunci contemporaneamente al programma nucleare e ai missili balistici, due pilastri identitari e strategici del regime, strumenti di sopravvivenza che nessuna leadership iraniana potrebbe sacrificare senza rischiare il collasso interno. Teheran, dal canto suo, vuole l’allentamento delle sanzioni, il ritorno alla vendita del petrolio e soprattutto garanzie di stabilità: dopo lo strappo del 2018 non si fida più degli stop and go trumpiani, dei suoi ultimatum seguiti da improvvisi silenzi, della volatilità che rende qualsiasi accordo potenzialmente effimero.

Così, dopo aver lanciato un ultimatum, Trump ha solo due strade: non fare nulla, accettando che l’Iran continui a rafforzarsi e subendo una figuraccia politica che smaschererebbe la natura istrionica dei suoi bluff, oppure intervenire militarmente, con tutti i rischi che questo comporta. Anche un’operazione chirurgica, una nuova  Midnight Hammer - l'intervento di giugno 2025 - contro siti nucleari o infrastrutture militari, potrebbe innescare una reazione a catena, perché gli Stati Uniti oggi non dispongono di un adeguato scudo difensivo nella regione: i sistemi Thaad e Patriot sono stati ridislocati in Ucraina e in Israele, lasciando scoperti i principali hub americani nel Golfo.

Una guerra con l’Iran non sarebbe un conflitto breve né semplice: Teheran non è l’Iraq del 2003, né la Libia del 2011, ma un Paese vasto, montuoso, con reti di milizie regionali, capacità missilistiche e una resilienza ideologica che potrebbe trasformare qualsiasi intervento in un pantano strategico, un nuovo Afghanistan con effetti domino imprevedibili. Gli unici a trarne un vantaggio netto sarebbero probabilmente gli israeliani, che da anni considerano l’Iran la principale minaccia esistenziale e che potrebbero vedere con favore uno spostamento del baricentro dello sciismo politico da Teheran a Baghdad.

Ma la geopolitica non è mai un gioco a somma zero: un Iran destabilizzato potrebbe generare scenari ancora più inquietanti, dal rischio di un “grande Azerbaijan” alle ambizioni pakistane sul Khuzestan sunnita, proprio mentre Islamabad è impegnata in una pericolosa guerra sotto soglia con l’India. A tutto questo si aggiunge la fragilità dello Stretto di Hormuz: una crisi in quell’area avrebbe ripercussioni economiche devastanti per l’Europa, che pagherebbe il prezzo più alto in termini di energia e stabilità dei mercati. Eppure, se Trump decidesse saggiamente di fermarsi, le conseguenze negative ricadrebbero comunque su di lui e sul suo stile decisionale, perché i suoi bluff apparirebbero per ciò che sono. È la trappola del decisionismo muscolare: quando si costruisce la propria credibilità sull’ultimatum permanente, arriva sempre il momento in cui si è costretti a scegliere tra il non tenere fede alle minacce e il salto nel buio.

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