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Quando lo chiamavamo autoscatto. Franco Vaccari ha anticipato la realtà, noi l'abbiamo peggiorata

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10.08.2026

La libertà non è uno spazio libero Libertà è partecipazione (Giorgio Gaber, La Libertà, 1972) L'automatismo è ormai accertato e verificato: arriva il nostro piatto al tavolo, visitiamo un monumento, saliamo su un treno, incontriamo una persona che non vedevamo da tempo, parte la proiezione in un cinema, si accendono le luci di un concerto, arriviamo su una spiaggia, inizia un tramonto e in un attimo fuori il telefono, videocamera, selfie.

Non cerchiamo un risultato artistico in senso stretto, dobbiamo semplicemente piacerci e si deve capire dove stiamo e cosa stiamo facendo e magari anche un filo dell'emozione che stiamo provando, ma quello che conta davvero è fissare l'esperienza, mostrare che c'eravamo, mettere una bandierina visiva sulla nostra presenza in quella determinata circostanza. Franco Vaccari, come sanno fare solo i grandi artisti, aveva anticipato e sotto certi aspetti previsto questo meccanismo già nel 1972. 

La Biennale di Venezia era in un momento abbastanza complicato, dopo le contestazioni del 1968 e l'edizione di transizione del 1970. Nel Padiglione Italia il curatore, il critico e artista Renato Barilli, aveva invitato un gruppetto di giovani, per una mostra votata alla ricerca di un rinnovamento, di un'arte legata alle pratiche partecipative figlie della cultura politica di quegli anni. I giovani artisti emergenti erano Mario Merz, Luciano Fabro, Gino De Dominicis,........

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