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Olena Korylo, la donna simbolo della guerra in Ucraina: «Non dobbiamo arrenderci a Putin»

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24.02.2026

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Olena Korylo, la donna simbolo della guerra in Ucraina: «Non dobbiamo arrenderci a Putin»

La fotografia del suo volto insanguinato fu il simbolo degli orrori commessi dalle armate russe: «Non avrei mai pensato che potessero attaccarci. Non potrò mai dimenticare il senso di impotenza»

«Non avrei mai pensato che i russi potessero attaccarci come fecero. Le prime esplosioni furono uno shock spaventoso. La mia casa qui a Chuguiv si trovava vicino a un campo d’aviazione dell’era sovietica, si chiama Aviator e le bombe colpirono la pista d’atterraggio a 500 metri dal mio letto. Erano le cinque della mattina, due ore dopo una seconda bomba ha sventrato il mio appartamento e cambiato per sempre la mia vita», racconta per telefono Olena Korylo. 

Oggi ha 56 anni la donna con il volto insanguinato, una grande benda sulla fronte e le labbra segnate dalle schegge, la cui fotografia scattata in un ospedale locale fu allora il simbolo degli orrori commessi dalle forze armate di Vladimir Putin contro la popolazione ucraina già nelle prime ore dell’invasione. 

Olena ci parla da un appartamento poco lontano dal suo. «Quello vecchio è in rovina e non ho i soldi per ripararlo. Però sono voluta tornare a Chuguiv, sebbene i russi continuino ancora oggi a sparare qui nella regione di Kharkiv», spiega. 

Insegnava in un asilo locale allora, ma venne subito evacuata negli ospedali di Dnipro, quindi a Odessa, Leopoli e infine in Polonia, dove è stata operata al viso e alla bocca. «Le schegge avevano offeso anche l’occhio destro. Mi hanno curato in Gran Bretagna, ma l’occhio ha recuperato soltanto al 35 per cento. Non insegno più, mi occupo di un’associazione che aiuta i nostri soldati al fronte e assiste le loro famiglie», spiega.

Cosa ricorda di quei primi giorni?«Non potrò mai dimenticare il senso di impotenza all’avvicinarsi delle esplosioni, diventavano sempre più vicine e io non sapevo cosa fare. Ero sola in casa, sono divorziata e il mio ex marito è soldato nel Donbass. Mia figlia Caterina ha 31 anni e allora viveva a Kharkiv, nella zona di Saltikva, occupata dai russi nei primi mesi. I vicini di casa sono accorsi subito, mi hanno portato all’ospedale locale, che però era già affollato di feriti. Ricordo i medici che parlavano poco, dividevano i casi gravi da quelli leggeri. Non potevano curarci tutti: quelli trasportabili in ambulanza sono stati subito evacuati verso i grandi complessi ospedalieri nel centro del Paese».

Com’era la situazione?«Molto difficile, non sapevamo cosa sarebbe successo. Le truppe russe minacciavano Odessa e stavano marciando su Zaporizhzhia, poco più di 100 chilometri a sud dell’ospedale dove ero stata trasportata. Non si sapeva bene quando sarei stata operata. Ero nell’incertezza come milioni di altri ucraini. Gli uomini in età da militare non potevano partire, ma le donne e i bambini venivano facilitati a lasciare il Paese, nessuno pensava che la guerra avrebbe potuto durare tanto a lungo».

Il suo volto era noto…«Sì, sono stati i giornalisti ad aiutarmi. È iniziata una catena della solidarietà, le associazioni umanitarie europee sono state di aiuto. Così sono arrivata negli ospedali polacchi e poi a Londra».

Però in seguito ha deciso di tornare in Ucraina, come mai?«Non volevo fare la profuga per il resto della mia vita. Amo il mio Paese e ho voluto tornare a Chuguiv, anche se resta sotto il tiro non solo di missili e droni, ma anche delle artiglierie pesanti russe».

E oggi crede che Zelensky dovrebbe accettare le condizioni di Putin pur di raggiungere la pace?«Assolutamente no! Non possiamo fidarci di Putin, un bugiardo seriale. Non possiamo lasciare le nostre postazioni nel Donbass. Deve sapere che la pittrice americana Zhenya Ghershman dopo avere preso a modello il mio volto voleva ricompensarmi con 100.000 dollari, ma io ho insistito venissero dati alle associazioni che sostengono i nostri soldati. Non abbiamo alternative, dobbiamo continuare a difenderci. Se Putin si prende ciò che vuole, poi tornerà ad attaccarci».

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