Il destino in ostaggio
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No, non siamo padroni del nostro destino. Diventa sempre più evidente lo iato fra le lodevoli (ma vacue) intenzioni di noi europei e le controverse (ma concrete) azioni dellâAmerica Maga. Con la consueta brutalità lo ha ricordato Donald Trump, che nella sua Versailles privata di Mar-a-Lago ha incontrato Volodymyr Zelensky: «Lui non ha nulla in mano finché non lo approvo io!», aveva premesso. Ieri, «tra una chiamata e lâaltra con Putin» â come ha titolato maligno il sito del Washington Post â il presidente americano ha promesso garanzie di sicurezza «forti» a una Kiev martoriata dai missili russi anche durante i colloqui e pacche sulla spalla al «coraggioso» collega ucraino che per mesi ha bistrattato. Ha trasmesso la sensazione che qualcosa si muova, «sono pronti per lâaccordo», ha assicurato, anche se Putin su una tregua non ci sente e il Donbass resta una piaga aperta. Zelensky, memore dellâumiliazione patita lo scorso febbraio alla Casa Bianca, ha imparato a mostrare grande gratitudine verso qualsiasi bizza dellâuomo che dà le carte: tentando al contempo di intrigarlo col business (la ricostruzione dellâUcraina). Che salti fuori una pace, se non giusta almeno accettabile, da questo nuovo giro sullâotto volante è dura da credere.Â
E qui entreremmo in ballo noialtri. Il presidente ucraino cerca di aggrapparsi a ciò che........© Corriere della Sera
